Caso Yara, “il Dna di Ignoto 1 non era sugli slip”: il giallo della traccia 31G-20

Per la difesa di Bossetti, le foto spuntate dopo 11 anni smonterebbero la prova regina. Lunedì l’istanza per la revisione.

Bergamo – C’è una sigla, 31G-20, che per 11 anni ha custodito il segreto dell’ergastolo di Massimo Bossetti e che oggi rischia di diventare la crepa in cui s’infila la sua difesa. Perché secondo i legali dell’ex muratore di Mapello, condannato al carcere a vita per l’omicidio di Yara Gambirasio, la famigerata “prova regina” – il Dna di Ignoto 1 che lo incastrò – non sarebbe affatto stata prelevata dagli slip della tredicenne di Brembate di Sopra, il cui corpo fu ritrovato senza vita in un campo nel febbraio del 2011. Un errore tecnico, sostengono, su cui ora puntano tutto per riaprire il caso.

La bomba è esplosa in un servizio dell’ultima puntata de Le Iene, in cui l’inviato Luigi Pelazza ha ripercorso gli indizi che spedirono in cella l’operaio edile. Le fibre di tessuto compatibili tra i leggins della vittima e il furgone dell’ex muratore, le microsfere di metallo trovate sia sugli abiti della ragazzina sia sul mezzo, l’aggancio della stessa cella telefonica: un castello di indizi che la difesa prova oggi a smontare pezzo dopo pezzo.

Il cuore dell’inchiesta restava però quella comparazione monstre: il dna di oltre 25mila persone passato al setaccio e confrontato con il materiale genetico attribuito al misterioso profilo “Ignoto 1“. Un lavoro certosino che si chiuse con la corrispondenza tra quel campione e il Dna di Massimo Bossetti.

Ed è proprio qui che, secondo gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, qualcosa non torna. La macchia di liquido seminale associata all’omicidio, dicono, “non deriva dalla traccia 31G-20“. Una conclusione clamorosa a cui la difesa è arrivata soltanto dopo aver ottenuto, a 11 anni di distanza, le fotografie dei campioni analizzati durante le indagini.

Il nodo è tutto nell’orario stampato sullo scatto. Il brandello di slip da cui fu estratta la traccia genetica sarebbe stato fotografato oltre un’ora e mezza dopo il trattamento di estrazione del dna: una procedura invasiva che, come spiega il consulente Marzio Capra, porta alla distruzione del reperto stesso. Tradotto: in quella foto comparirebbe ancora intatto un frammento che, in teoria, non avrebbe più dovuto esistere. “Dal punto di vista scientifico è catastrofica una cosa di questo tipo”, è l’affondo del genetista forense.

Ora la partita si sposta in tribunale. Lunedì 5 ottobre la difesa Bossetti chiederà nuove analisi tecnico-scientifiche, puntando soprattutto su tracce mai approfondite trovate sugli abiti di Yara. L’obiettivo è dichiarato: arrivare alla revisione del processo e rimettere in discussione una delle condanne più celebri della cronaca nera italiana.