Numerosi locali pubblici preferirebbero solo clienti adulti. Agli avventori in cerca di tranquillità i bambini non sono graditi. Si rischia una discriminazione su vasta scala.
Una volta all’ingresso di ristoranti, locali, negozi e aree private, spesso, veniva esposto il cartello “vietato l’ingresso agli animali”. Alla base di questa scelta c’erano motivi di pulizia e di ordine. Non essendoci una legge nazionale che vieta l’ingresso degli animali nei negozi, il titolare può decidere a sua discrezione o se lo dicono le regole del Comune.
Nel corso degli anni ’60, quelli del boom economico, in diverse città settentrionali, si affiggevano cartelli con la frase “vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali” o varianti analoghe, fuori da negozi, bar e case in affitto. Così come capitava agli italiani emigrati nel Nord Europa che venivano accolti con cartelli di benvenuto con su scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani“.
Una pagina non certo edificante nella storia del ‘900 del nostro Paese. A conferma che le epoche storiche sono caratterizzate da episodi di discriminazioni etniche e odio razziale. Come nel caso del cartello “vietato l’ingresso agli ebrei” affissi nei negozi, nei parchi e nei luoghi pubblici durante il periodo dei regimi nazi-fascisti in Europa.
Oggi si sta diffondendo il trend di locali per “soli adulti”, che detta così sembra evocare film a luci rosse o privé per scambi di prestazioni sessuali. Niente di così pruriginoso ma si tratta di spazi riservati ai maggiorenni, ristoranti, pub, club notturni pensati per garantire tranquillità o particolari tipi di intrattenimento senza la presenza di minori e, soprattutto, senza i loro terrificanti schiamazzi.
Su questo tema si è scatenata una forte diatriba tra i favorevoli e chi vede nell’esclusione una forma di discriminazione in quanto i bambini vengono bollati come fastidiosi, sottraendo loro una possibilità di relazione sociale.
La tendenza si sta diffondendo nella località turistiche, evidentemente una risposta del marketing alle continue richieste di tranquillità senza avere mocciosi tra i piedi. Comprensibili i motivi di una scelta simile: il desiderio di un soggiorno avvolto dal silenzio, con ritmi molto più lenti di quelli familiari.

Se esistono strutture ad hoc anche per bambini, perché non creare anche quelle rivolte a un determinato target: coppie senza figli, genitori, che per una volta vogliono godersi la vacanza in santa pace? Dal punto di vista commerciale un discorso che non fa una grinza. E’ l’esclusione dei bambini che stride, perché nelle strutture apposite sono accompagnati dai genitori, in quelle per soli adulti ostracizzati in partenza!
In effetti il mercato soddisfa varie esigenze: si possono trovare hotel per turisti accompagnati da animali, villaggi turistici e campeggi per famiglie numerose, luoghi termali per sporti e benessere. L’offerta di strutture per soli adulti sembra soddisfare una precisa domanda della clientela: pagare per un soggiorno riposante e non correre il rischio di fare delle vacanze immersi nella confusione e nel vociare urlante che un’orda di bambini riesce a produrre!
Tuttavia il problema sta a monte. Chiedere dei luoghi senza la presenza di ragazzini evidenzia la difficoltà nel fare rispettare le regole comuni, trasgredite in primis dagli adulti. E si pretende che lo facciano i loro figli? Ecco che la presenza di luoghi senza bambini rimuove il conflitto.
I pedagoghi sostengono che i bambini devono frequentare gli stessi luoghi dei genitori durante le vacanze, perché solo partecipando potranno imparare come ci si comporta. In caso contrario è come aver sottratto un’occasione per crescere. Comunque il divieto in generale è sempre un’imposizione che andrebbe evitata.
Ne caso in esame basterebbe un’organizzazione accurata per soddisfare le esigenze di tutti, grandi e piccini. Ad esempio stabilendo orari per gli uni e gli altri, potrebbe essere un primo passo per la coabitazione.