Torna in cella il commesso che molestò una 13enne: il Riesame ribalta tutto

Il tribunale ha accolto il ricorso della Procura: per il 42enne bengalese scatta il carcere per pericolo di fuga e reiterazione.

Torino – Ci sono decisioni che durano il tempo di un’indignazione e altre che arrivano a rimetterle in ordine. Dopo due settimane di polemiche roventi, minacce social ai giudici e persino l’invio degli ispettori del ministero, il commesso del minimarket di Borgo Vittoria accusato di aver molestato una ragazzina di 13 anni torna dietro le sbarre. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Torino, che ha accolto il ricorso della Procura e ribaltato la scarcerazione firmata dal Gip: per il 42enne di origine bengalese non basta più l’obbligo di firma, adesso è custodia in carcere.

La svolta è arrivata il 15 settembre, a poche ore dall’udienza. Il collegio presieduto da Claudio Ferrero ha condiviso la linea della Pm Eleonora Sciorella, che il primo settembre aveva impugnato l’ordinanza del gip chiedendo il carcere. La motivazione è netta: concreto pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Le motivazioni complete saranno depositate nei prossimi giorni, ma l’uomo dovrà essere accompagnato in cella dalla polizia. La difesa potrà ricorrere in Cassazione.

Tutto era cominciato il 28 agosto, quando la tredicenne era entrata nel negozio di periferia per comprare qualche bibita. Durante il pagamento, secondo la denuncia della famiglia, sarebbero scattati i palpeggiamenti. La ragazzina è uscita sotto shock – “nauseata, non riuscivo a camminare”, ha raccontato agli inquirenti – e ha chiamato la madre. Dalle telecamere di sorveglianza del minimarket, che lo stesso commesso ha permesso di visionare, è emerso pochi minuti prima un altro avvicinamento sospetto a una donna di circa 40 anni, che però non ha mai presentato denuncia.

Il caso era esploso quando, dopo appena due giorni nel carcere Lorusso e Cutugno, il Gip aveva disposto la scarcerazione con il solo obbligo di firma, valorizzando il fatto che l’uomo è incensurato, “collaborativo” e “resipiscente”. Una decisione che aveva scatenato la reazione della premier Giorgia Meloni“tutta la catena ha funzionato, poi arriva un provvedimento che la spezza” – e l’invio degli ispettori deciso dal Guardasigilli Carlo Nordio per l’“allarme sociale”.

All’ultima udienza, lunedì 14 settembre, l’indagato non si è presentato: ha fatto recapitare un manoscritto di due facciate, scritto con l’aiuto di un interprete. Dentro, un pentimento e una richiesta d’aiuto: “Ho deciso di rivolgermi a un centro di ascolto per uomini che hanno commesso brutti gesti su donne e bambini”. Ma per la Procura le scuse non bastano: già in convalida l’uomo aveva ammesso “ho sbagliato, avevo bevuto due tequila”, salvo poi cambiare versione in tv sostenendo di non aver fatto nulla di male. La difesa, affidata all’avvocata Francesca D’Urzo, insiste su una dinamica diversa: non tre palpeggiamenti, ma un solo contatto seguito da un abbraccio. Il Riesame, però, ha scelto il carcere.