A trent’anni dall’ultimo delitto polizia e carabinieri tornano sui reperti dell’epoca. La svolta parte dall’istanza per Anna Maria Palermo: già cinque famiglie chiedono verità.
Modena – Per trent’anni sono rimasti soltanto i nomi di otto ragazze e un’ombra a cui nessuno è mai riuscito a dare un volto: il “mostro di Modena”. Otto donne uccise una dopo l’altra tra il 1985 e il 1995, strangolate, massacrate a colpi di pietra, gettate nei fossi della Bassa come se la loro vita non contasse per nessuno. Oggi quel silenzio lungo una generazione si spezza: la Procura ha rimesso in moto polizia e carabinieri, decisi a stanare l’assassino con le armi scientifiche che all’epoca non esistevano.
Nei giorni scorsi gli investigatori sono tornati alla Medicina legale di Modena, dove da decenni sono custoditi i reperti raccolti sulle scene dei delitti. È lì che si gioca la partita più delicata: capire quali tracce siano ancora utilizzabili e affidarle alle nuove tecniche scientifiche, capaci oggi di far parlare anche un solo capello rimasto muto per trent’anni. La squadra mobile della Questura, intanto, sta riordinando e ricatalogando i vecchi fascicoli, mentre i carabinieri valutano su quali prove concentrare l’attenzione.
La svolta nasce dal coraggio di una famiglia. Tutto parte dall’istanza presentata dall’avvocato Barbara Iannuccelli per i familiari di Anna Maria Palermo, la ragazza di appena vent’anni ammazzata a coltellate e ritrovata in un canale a Corlo di Formigine il 26 gennaio 1994. A quella richiesta se ne sono aggiunte altre: oggi sono già cinque le famiglie che hanno dato mandato al legale – quelle di Palermo, Marina Balboni, Giovanna Marchetti, Donatella Guerra e Claudia Santachiara. Un piccolo esercito di madri, padri e fratelli che dopo tre decenni pretende una sola cosa: la verità.

Non è la prima volta che il fascicolo viene riaperto. Già in passato un uomo era finito nel mirino degli inquirenti, ma non si trovarono prove sufficienti per andare avanti e tutto tornò nel cassetto. Questa volta, però, la scienza promette molto di più. Un dettaglio su tutti alimenta la speranza: Claudia Santachiara, quando fu strangolata, stringeva in mano alcuni capelli che all’epoca fu impossibile analizzare. Oggi quelle tracce potrebbero portare dritte al nome del killer.
La scia di sangue è impressionante. Si comincia nell’agosto 1985, quando a Baggiovara viene trovato il corpo di Giovanna Marchetti, uccisa a colpi di pietra. Nel settembre 1987 tocca a Donatella Guerra, ammazzata con un punteruolo ai laghetti di Sant’Anna; due mesi dopo Marina Balboni finisce in un fosso di Gargallo, strangolata.
Nel maggio 1989 muore soffocata Claudia Santachiara, a Campogalliano; nel marzo 1990 è la volta di Fabiana Zuccarini, in un fosso a Staggia. Poi Anna Abbruzzese, strangolata e abbandonata in un fosso a San Prospero nel febbraio 1992, Anna Maria Palermo nel 1994 e infine Monica Abate, trovata senza vita nella sua abitazione in centro il 3 gennaio 1995. Erano quasi tutte giovani prostitute o ragazze fragili, segnate dalla tossicodipendenza: donne ai margini, che forse proprio per questo l’assassino pensava nessuno avrebbe mai cercato.
Oggi, invece, qualcuno le cerca ancora. E per la prima volta dopo tanti anni, la caccia al mostro di Modena riparte davvero.