Palpeggia una 13enne e in 48 ore è già libero: la Procura si ribella

Il Gip di Torino aveva concesso l’obbligo di firma al 42enne “pentito e collaborativo”. Ora, però, i Pm chiedono il carcere.

Torino – Era entrata in quel minimarket di Borgo Vittoria come in un pomeriggio qualsiasi, una ragazzina di appena 13 anni. Ne è uscita con addosso il peso di una violenza che ha squarciato il quartiere e infiammato l’Italia intera. Il commesso 42enne del negozio le ha offerto una bibita, poi l’ha stretta in un abbraccio e le ha palpeggiato il seno, sussurrandole un agghiacciante “molto buono”. Quarantotto ore dopo, quell’uomo era di nuovo libero, con il solo obbligo di firma. Oggi la Procura di Torino dice basta e impugna la scarcerazione, chiedendo che per lui si aprano le porte del carcere.

La vicenda si è consumata venerdì 28 agosto nel cuore di Madonna di Campagna. Il Gip, pur riconoscendo i gravi indizi di colpevolezza documentati dal filmato delle telecamere del negozio, ha deciso di non convalidare il fermo e di rimettere in libertà l’indagato con il solo obbligo di firma. Nelle motivazioni, il giudice lo ha descritto come incensurato, collaborativo e ormai pentito: “Ho sbagliato, sono molto dispiaciuto, non accadrà mai più”, avrebbe detto l’uomo, giustificandosi con due tequila bevute poco prima. A pesare, secondo il giudice, anche il trauma del carcere patito alla prima esperienza detentiva.

Ma per i magistrati quel provvedimento è inaccettabile. Il ricorso al tribunale del Riesame, depositato mercoledì dal procuratore aggiunto Dionigi Tibone e dalla sostituta Eleonora Sciorella, chiede la custodia in carcere. L’obbligo di firma, scrivono i Pm, non può arginare il pericolo di reiterazione di un uomo incapace di controllare i propri impulsi: pochi minuti prima di aggredire la 13enne, aveva palpeggiato anche un’altra cliente, una donna di quarant’anni. E c’è il pericolo di fuga, definito “concreto e attuale”: il 42enne, di origine bengalese, non ha residenza a Torino, ha un documento valido per l’espatrio e la famiglia (moglie e tre figli) che vive in Bangladesh. “Cosa può impedirgli di scappare?”, è la domanda dei Pm.

Il caso ha subito varcato i confini della cronaca per diventare scontro politico. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale di Torino; la premier Giorgia Meloni ha commentato sui social: “Ora chi lo spiega alla famiglia?”. Il vicepremier Matteo Salvini ha bollato come “surreale” la scelta del giudice, rilanciando la castrazione chimica, mentre Fratelli d’Italia ha organizzato un sit-in davanti al tribunale. Per venerdì 4 settembre è annunciata una manifestazione dell’associazione La Caramella Buona.

Sul fronte opposto, le toghe fanno quadrato. Il presidente dell’Anm Giuseppe Tango ha parlato di attacchi scomposti da parte del governo, andati “oltre la critica”, definendo non ortodosso l’invio degli ispettori, “che non hanno il compito di valutare il merito dei singoli procedimenti”. Sulla stessa linea la Camera penale subalpina, guidata da Roberto Capra, e l’Unione delle Camere penali: un provvedimento si critica ricorrendo ai giudici, non con le ispezioni.

Intanto, nel quartiere la rabbia esplode sui muri. Sulla saracinesca abbassata del minimarket è comparsa, tracciata con vernice verde, una scritta che è già una condanna popolare: Pedofilo infame. L’ultima parola, però, spetterà al Riesame. E se anche il collegio dovesse accogliere il ricorso, l’indagato – difeso dall’avvocata Francesca D’Urzo – potrà comunque tentare l’ultima carta in Cassazione.