Con il recente Regolamento Ue 2024/1781 i beni immessi sul mercato UE saranno più durevoli, riparabili, riciclabili e a basso impatto ambientale.
Il 19 luglio scorso è stata una data storica per le aziende di moda: gli indumenti non assorbiti dal mercato non potranno più essere smaltiti, né inceneriti, come è accaduto finora. E’ noto che smaltire e incenerire gli abiti (soprattutto i capi sintetici della fast fashion) comporta gravi danni. La combustione di tessuti rilascia nell’atmosfera fumi tossici, anidride carbonica, diossine e microplastiche.
Questo genera un elevato inquinamento atmosferico e contribuisce in modo significativo all’effetto serra e ai cambiamenti climatici. L’incenerimento produce il rilascio di sostanze chimiche. Molti indumenti, infatti, contengono coloranti, resine, idrocarburi (derivati dal petrolio come poliestere e nylon) e altre sostanze chimiche.
Bruciandoli, questi composti, si disperdono nell’aria sotto forma di fumi tossici. Inoltre microplastiche e particolato, in quanto le fibre sintetiche bruciate, non si decompongono semplicemente ma rilasciano polveri sottili (PM10 e PM2.5) che vengono inalate, danneggiando la salute per poi finire nel suolo e nelle falde acquifere.
In alcune aree del pianeta esistono vere e proprie discariche a cielo aperto e zone di incenerimento abusivo causate dall’iperproduzione di abbigliamento.
Gli esempi più eclatanti di quello che è stato definito “colonialismo dei rifiuti” sono il deserto di Atacama, in Cile, dove arrivano ogni anno circa 59.000 tonnellate di vestiti invenduti o usati, spesso provenienti da Europa, Asia e Stati Uniti.
L’altro caso rilevante per la cronaca è Accra e il mercato di Kantamanto nel Ghana. Qui arrivano circa 15 milioni di capi di abbigliamento di seconda mano ogni settimana. Fino al 40% di questi indumenti è di qualità troppo scarsa per essere rivenduto e diventa immediatamente rifiuto.
Da oggi entra in vigore il Regolamento Ue 2024/1781, il cui scopo è rendere i beni immessi sul mercato UE più durevoli, riparabili, riciclabili e a basso impatto ambientale lungo tutto il loro ciclo di vita.
Si spera di diminuire gli sprechi, alimentare il riciclo degli indumenti, soprattutto di quelli intonsi. Secondo Assoutenti (Associazione Nazionale Utenti Servizi Pubblici), in Europa finora è stato smaltito il 9% di indumenti ancora nuovi di zecca. Le aziende dovranno dare comunicazioni precise ed esaustive su come vengono trattati i capi invenduti.
Inoltre sarà vietato lo smaltimento, per il momento solo per le grandi aziende e dal 2030 per le medie imprese. Al momento restano escluse le piccole imprese. Non si comprende la “ratio” dell’esclusione, forse si è pensato che essendo di piccole dimensioni i danni siano direttamente proporzionali.

Oppure che si innescherà un processo di imitazione delle aziende medie e grandi. Un regolamento che punta ad un cambio di rotta, passando dalla sovraproduzione ad un archetipo slow e più tollerante dal punto di visto ecologico. Un po’ una riedizione in chiave ambientalista della pratica di far passare i vestiti dal fratello maggiore a quello minore durante il periodo di guerra o in tempi di crisi economica.
Era una tradizione diffusa. Non si trattava solo di un’usanza economica ma di un vero e proprio stile di vita che si è disperso col consumismo selvaggio. I capi venivano custoditi, rammendati e tramandati con cura per massimizzare il budget familiare.
Spesso i vestiti più resistenti, come cappotti e maglioni, duravano per anni. Oggi questa pratica è considerata una scelta ecologica e sostenibile, oltre ad essersi estesa ai capi invenduti. Speriamo bene, anche se i dubbi restano tanti.