La tragedia è avvenuta nel carcere di Pordenone. Il giovane era stato arrestato dopo una rissa. Altri due detenuti intossicati.
Pordenone – Si è chiuso con un gesto estremo, dietro le sbarre di una cella singola, il breve cammino di un ragazzo di appena 19 anni. Un cittadino egiziano è morto lunedì sera nel carcere del Castello di Pordenone, in piazza della Motta, ucciso dalle esalazioni di monossido sprigionate dal materasso a cui lui stesso aveva dato fuoco. Un’azione deliberata, lucida e disperata: prima di appiccare le fiamme, il giovane aveva sbarrato l’ingresso della cella con una sedia.
Il rogo è divampato nella tarda serata, quando il fumo denso ha invaso l’ala del penitenziario. Gli agenti della polizia penitenziaria sono intervenuti armati di estintori, riuscendo a domare il principio d’incendio in pochi minuti. Ma per il ragazzo non c’è stato nulla da fare: soccorso dal personale sanitario della centrale operativa Sores Fvg, è morto poco dopo.
Una scena di paura si è vissuta lungo tutto il primo piano dell’istituto. Altri due detenuti, rinchiusi in celle della stessa ala, hanno respirato il fumo e sono stati portati in pronto soccorso per una lieve intossicazione: dimessi poco dopo, sono stati riaccompagnati nella Casa circondariale. Il primo piano del carcere è stato evacuato e i reclusi hanno potuto rientrare nelle proprie celle soltanto nel cuore della notte, dopo la bonifica dei vigili del fuoco.
Sul posto hanno lavorato per ore tre squadre dei vigili del fuoco, i carabinieri e il 118. I pompieri hanno passato al setaccio la qualità dell’aria per tutta la notte, per scongiurare nuovi rischi agli altri detenuti e al personale in servizio, e sono rimasti di guardia fino al mattino: gli estintori del piano erano stati completamente svuotati.
Il ragazzo era finito in cella poche settimane fa, arrestato per resistenza a pubblico ufficiale dopo una rissa scoppiata nel centro di Pordenone. Aveva alle spalle anche altri piccoli precedenti. Una vicenda minore, che nessuno avrebbe mai immaginato potesse finire così. Ora sul dramma sono chiamati a fare luce gli inquirenti, mentre resta aperta l’ennesima ferita nel sistema carcerario italiano, dove i gesti di autolesionismo dietro le sbarre continuano a moltiplicarsi.