Sognava di aprire una gelateria, si impicca in cella a 21 anni

Nata a Cremona, tossicodipendente, aveva chiesto di curarsi in una comunità. Le è stato detto sempre no. È la più giovane detenuta suicida del 2026.

Trento – Aveva 21 anni, un futuro semplice da inseguire e una dipendenza da cui voleva liberarsi. Abrar Jarrar sognava di diventare gelataia, aveva persino frequentato un corso dentro il carcere, quando ancora credeva che una seconda vita fosse possibile. Quel futuro si è spezzato la mattina del 24 maggio, nella cella dell’istituto di Spini di Gardolo, a Trento, dove è stata trovata impiccata. Respirava ancora quando i soccorritori l’hanno raggiunta, ma è morta due giorni dopo in ospedale. La sua è la storia della più giovane detenuta suicida in Italia in questo 2026, un nome che ha riacceso il dibattito sul recupero dei ragazzi più fragili dietro le sbarre.

Nata a Cremona nel 2004 da genitori stranieri, Abrar aveva imboccato la strada sbagliata prestissimo. A 18 anni aveva lasciato la famiglia per seguire un ragazzo di cui si era innamorata, finendo nel giro della tossicodipendenza e dei reati che le ruotano attorno: furti, rapine, ricettazione. A 19 anni le manette, dopo un blitz nelle stazioni contro le bande dedite ai furti. Poi due anni di custodia cautelare nel carcere di Verona e due condanne da tre anni e mezzo ciascuna, senza il riconoscimento della continuazione: in tutto cinque anni da scontare.

Più volte aveva chiesto aiuto. Voleva curarsi in una comunità per tossicodipendenti, una misura meno dura del carcere. La richiesta fu respinta. La difesa aveva prospettato anche gli arresti domiciliari a casa dei genitori, pronti a riaccoglierla. “La sua famiglia era disposta a riprenderla, avevamo preso contatti anche con il Serd di Cremona, ma le nostre istanze non hanno mai avuto risposta”, racconta uno dei suoi legali. Nessun beneficio, nessuna apertura. E quando le condanne sono diventate definitive, il trasferimento a Trento, lontano dagli affetti.

Proprio nel nuovo istituto era stato disposto il regime aperto, che le permetteva di passare diverse ore fuori dalla cella. Ed è lì che Abrar aveva ricominciato a immaginare un domani. “Voleva diventare gelataia, aveva seguito il corso che avevamo organizzato all’interno del carcere“, ricorda una socia dell’associazione Soroptimist. Ma la mattina del 24 maggio ha chiesto di rientrare un attimo in cella. Poco dopo l’hanno trovata senza vita.

La sua morte ha scosso la Camera penale di Verona, che a giugno ha proclamato tre giorni di astensione dalle udienze per denunciare la sorte dei detenuti giovani, tossicodipendenti e condannati per reati minori, per i quali un percorso di recupero potrebbe valere più di una cella. “Un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute”, l’accusa degli avvocati, che parlano di ostacoli burocratici insormontabili e di una funzione rieducativa della pena rimasta sulla carta.

Resta il ritratto di una ragazza divisa tra due immagini: quella chiusa in una cella e quella del futuro che aveva appena cominciato a sognare. Una gelateria, un mestiere, una vita normale dopo aver pagato i suoi errori. Le è stato negato ogni volta.