Famiglia o carriera?

Per conciliare entrambe occorre un welfare state con asili nido diffusi, permessi retribuiti ai genitori, costruzione di network di sostegno all’assistenza e cura. Invece…

Figlio unico, forse, spesso è quasi impossibile! Non si tratta della canzone “Figlio unico” portata al successo nel 1966 da Riccardo Del Turco. Il testo racconta la storia di una persona che è costretta a tornare a casa con l’ultimo treno della notte per non far preoccupare l’anziana madre, rimasta sola.

Nemmeno della politica del figlio singolo, una misura di controllo demografico adottata dal governo cinese nel 1979, abolita nel 2015, per limitare la crescita della popolazione. Per decenni le violazioni furono punite con pesanti sanzioni economiche e, in alcuni casi, aborti forzati. Nel caso in questione è la scelta forzata dei millennials, i nati tra il 1981 e il 1996.

Infatti, secondo i dati ISTAT, l’ufficio di statistica nazionale, più del 45% delle coppie con figli, ne ha solo 1. Né consola il fatto che sia un fenomeno diffuso negli altri Paesi occidentali. La prima causa è economica. Crescere un figlio con asili nido, scuola, attività ricreative, assistenza sanitaria, assorbe buona parte del bilancio familiare. Inoltre si diventa madri, in media, a 32 anni perché vanno completati gli studi e poi bisogna trovare un lavoro.

Ma non è solo un fatto economico, in quanto si vive in un contesto in cui è molto difficile conciliare la vita lavorativa con quella privata e il l’occupazione continua a pesare sul sesso femminile. Una volta, poi, si viveva accanto alla famiglia allargata, genitori, zii e parentado vario, per cui c’era molto più assistenza. Una sorta di welfare familiare in sostituzione di quello ufficiale, quasi mai funzionante ed efficiente.

La teoria del figlio unico ha avuto, in passato, una connotazione negativa. Chi era in questa condizione avrebbe vissuto in solitudine, sarebbe stato più egoista, con più vizi e meno propenso, proprio per mancanza di materiale umano, alla condivisione. In realtà la narrazione degli ultimi tempi racconta altro. Cioè, ad esempio, che le competenze acquisite non scaturiscono, necessariamente, dalla presenza di altri consanguinei, bensì dalle relazioni sociali instaurate a scuola, con gli amici, praticando sport, dal modo di rapportarsi con la società adulta e dal livello dell’ambiente familiare.

Non esiste una ricetta valida per tutte le situazioni. Chi non ha fratelli può essere autonomo, creativo e, allo stesso tempo, possedere una forte stabilità emotiva manifestando fiducia in sé stessi e sicurezza interiore. Indubbiamente dove ci sono più figli si impara prima il compromesso e a negoziare con gli altri, al rispetto dei turni, ad esempio per andare in bagno e simili.

Millenials, una generazione che dovrà risolvere molti problemi

Coloro che sono portati a considerare il fenomeno solo ed esclusivamente dal punto di vista culturale, ne traggono indicazioni positive. Secondo questa prospettiva il cambiamento culturale è notevole, perché i millenials rappresentano la prima generazione in cui il progetto famiglia si concretizza in base ai propri tempi e desideri, senza essere una scelta forzata. La realtà, tuttavia, è molto meno intrisa di slanci poetici di quanto si racconta.

Sono, infatti, le condizioni materiali, a determinare sia i tempi di scelta che i desideri. Se l’età media della genitorialità si è allungata è dovuto alla propria carriera professionale che, giustamente, è importante quanto la famiglia e, quindi, ci si laurea e poi si spera in un lavoro decente e, infine, a farsi una famiglia. Nel contesto socioeconomico attuale del nostro Paese, non si vedono alternative.

Le scelte possibili e praticabili scaturiscono da un duro aut aut: o la famiglia o la carriera. Per la conciliazione di entrambe ci sarebbe bisogno di un welfare state all’altezza, con asili nido diffusi, permessi retribuiti ai genitori, costruzione di network di sostegno all’assistenza e cura.

Purtroppo si tratta di un mero e pio desiderio.