Mettersi in proprio: realtà o chimera?

Non è facile scommettere su sè stessi e non tutti ce la fanno. Altri tornano a fare i dipendenti ma non sono rari i casi di imprenditori emergenti con idee vincenti.

Per anni siamo stati inondati da un profluvio di retorica e di esaltazione sulla persona di umili origini che, partendo dal nulla, riesciva a raggiungere il successo economico, sociale o professionale grazie al proprio impegno, al duro lavoro e alle proprie capacità, senza l’aiuto di terzi o privilegi.

Questa narrazione trovò il suo humus naturale negli anni ’80 in cui dominavano le tre I: inglese, impresa, informatica. I tre moschettieri che avrebbero aiutato chi voleva mettersi in proprio, tralasciando il lavoro da dipendente. Si enfatizzava il fatto che non bisognava timbrare il cartellino, non essere costretti a svolgere turni e di dipendere solo da sé stessi.

Scommettere su sè stessi, come si suole dire, permette la completa autonomia decisionale e di scegliere i propri progetti. Inoltre gestire il tempo in modo flessibile e lavorare da qualsiasi luogo, offrendo inoltre un potenziale di guadagno non limitato da uno stipendio fisso e una maggiore crescita professionale. Ma non è tutto oro quello che luccica. Ognuno se la può raccontare come crede, però i fatti sono incontrovertibili.

L’Università di Calgary, Canada, ha realizzato uno studio in cui sono stati monitorati per oltre 30 anni ben 12 mila lavoratori statunitensi in proprio registrando una situazione molto più complessa di quanto si possa pensare. Per molti mettersi in proprio ha rappresentato meno benessere psicologico e meno soldi. La realtà, come spesso succede, si è confermata più prosaica di qualsiasi narrazione iperbolica. Innanzitutto la categoria dell’imprenditore si è dimostrata varia ed eterogenea.

L’inchiesta ha evidenziato che il 69% delle persone non aveva preso sul serio l’attività autonoma. Solo il 6% si è dimostrato tetragono ad ogni avversità, iniziando da giovane l’attività e rendendola stabile nel tempo. Il 12% ha iniziato per poi desistere e rifare il dipendente. Poi dopo i 40 anni c’è chi si è fatto prendere la fregola del lavoro autonomo. Ciò che ha contato nei diversi modi di fare l’imprenditore è la modalità in cui l’impresa viene organizzata.

Molti tornano a fare i dipendenti ma altri diventano imprenditori di successo

Un’azienda con dipendenti e un management ad hoc riescono ad ottenere buoni risultati, sia economici che di gratificazione personale. Mentre i freelance, le ditte individuali e le microimprese, basandosi, soprattutto, sul lavoro di una singola persona, hanno raggiunto magri guadagni e bassi livelli di benessere. Quest’ultimo aspetto potrebbe essere determinato da mercato del lavoro degli USA, fortemente orientato al terziario, all’innovazione tecnologica e al consumo interno.

I più fragili da questo punto di vista sembrano gli imprenditori dell’ultima ora, quelli, cioè, che decidono di compiere il passo verso l’autonomia imprenditoriale verso i 40 anni e oltre. Il racconto della realtà italiana è completamente differente. La struttura socioeconomica del nostro mercato del lavoro è costituita in grande misura dal “popolo delle partite IVA”.

Tuttavia il lavoro in proprio, in questo caso, è una condizione e non una scelta individuale. Pur rappresentando una percentuale di peso nell’economia del Paese, spesso, non è altro che lavoro dipendente mascherato da flessibilità. La ricerca si è conclusa con un’amara riflessione: non è sufficiente l’idea e l’intraprendenza per mettersi in proprio e ricavarne guadagni e welfare psicologico!

Anche se l’attività autonoma non è un’idea peregrina, va intrapresa con i dovuti accorgimenti di organizzazione e management, altrimenti il rischio fallimento è molto alto. Infine, come in tutti i fatti della vita, il Caso gioca un ruolo, a volte, decisivo.

Può andare bene o male. Dipende dal… Caso, appunto.