La morte del bracciante scoperchia l’inferno dei veleni

Arresti e maxi sequestro in una grande azienda zootecnica: scoperti caporalato estremo, finti contratti e gravi reati ambientali.

Taranto – Il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando provinciale carabinieri, nell’ambito di un’articolata, prolungata e complessa attività di indagine, consistita in rilievi tecnici, riscontri scientifici, accertamenti documentali e amministrativi, nonché nell’acquisizione di plurime dichiarazioni testimoniali, condotta con la collaborazione del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del Gruppo carabinieri Forestali dello stesso capoluogo ionico, sotto l’attenta direzione e il coordinamento della Procura della Repubblica di Taranto, nonché con il decisivo contributo tecnico-scientifico dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misura cautelare personale e a un contestuale decreto di sequestro preventivo emessi dal Gip del Tribunale di Taranto, traendo in arresto e conducendo in casa circondariale due persone e sottoponendo a sequestro preventivo un complesso zootecnico costituito da tre aziende e, nel complesso, da ritenersi tra le più grandi realtà italiane (di valore quantificabile in diversi milioni di euro), situato nel territorio di Laterza.

Gli indagati, complessivamente quattro, sono ritenuti presunti responsabili, a vario titolo, dei reati di “omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in concorso”, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in concorso aggravata”, cd. caporalato, “inquinamento ambientale aggravato”, “disastro ambientale aggravato”, “favoreggiamento della permanenza irregolare di cittadini stranieri, commesso al fine di trarre profitto dalla loro condizione di illegalità”, “impiego di lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno, aggravato dalle condizioni di particolare sfruttamento”, “gestione illecita di rifiuti e realizzazione e gestione di una discarica abusiva”, “esecuzione di opere edilizie abusive in area sottoposta a vincoli e in assenza di autorizzazione paesaggistica in area vincolata”, nonché di numerosi altri illeciti amministrativi.

L’indagine ha preso avvio dalla morte di un lavoratore straniero originario dell’India, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024. Quello che, in un primo momento, avrebbe potuto apparire come un grave infortunio sul lavoro ha determinato l’immediato approfondimento investigativo, che ha consentito di ricostruire un quadro assai più ampio. Secondo l’ipotesi accusatoria, il decesso del bracciante si inserirebbe infatti in un sistema caratterizzato da irregolarità strutturali nell’organizzazione dell’attività aziendale, sfruttamento della manodopera straniera, omissioni in materia di salute e sicurezza, gestione illecita dei reflui zootecnici, compromissione ambientale e realizzazione di opere prive delle necessarie autorizzazioni, secondo logiche nelle quali le esigenze di continuità dell’attività avrebbero prevalso sulla sicurezza degli addetti, con l’obiettivo di ridurre i costi e massimizzare il profitto.

Gli accertamenti medico-legali hanno attribuito la morte a un gravissimo trauma toraco-addominale, compatibile con la caduta del lavoratore da un mezzo pesante. Le verifiche eseguite sui luoghi, le dichiarazioni raccolte, le immagini acquisite e le tracce repertate dalla polizia scientifica avrebbero consentito di ricostruire la dinamica dell’evento, riconducibile alla caduta del lavoratore da una pala caricatrice in seguito all’impatto del mezzo contro una barriera in cemento del tipo “New Jersey”. Il corpo dello straniero, che aveva assunto una quantità smodata di alcolici e si sarebbe trovato seduto sul sedile del mezzo, risultato privo, a seguito dei rilievi, di sistemi di ritenuta quali cinture di sicurezza o altri dispositivi, sarebbe stato sbalzato a terra dopo l’urto. Il mezzo, chiaramente obsoleto e con organi meccanici esposti, avrebbe inoltre esposto l’operatore a rischi di impigliamento, ustione ed eventuali scosse elettriche. L’uomo, irregolare sul territorio nazionale, non avrebbe mai conseguito i titoli necessari per condurre la pala meccanica, con la quale, peraltro, sembrerebbe stesse trasportando rifiuti in plastica da destinare alla successiva combustione.

L’indagine ha poi portato alla contestazione dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento del lavoro, il cosiddetto “caporalato”. Le dichiarazioni dei dipendenti, confrontate con i contratti, le buste paga, le comunicazioni obbligatorie e la documentazione contabile, avrebbero fatto emergere turni iniziati frequentemente nelle prime ore del mattino e protratti fino alla sera, con pause minime o inesistenti. La giornata lavorativa sarebbe durata, infatti, dalle dodici alle tredici ore. Le mansioni dei lavoratori, alcuni dei quali clandestini o comunque irregolari sul territorio nazionale, comprendevano la mungitura, la pulizia delle stalle, l’alimentazione del bestiame, la movimentazione dei reflui e la conduzione di mezzi meccanici, spesso senza una precisa delimitazione dei compiti.

Le somme formalmente indicate nelle buste paga non avrebbero corrisposto a quelle effettivamente trattenute dai dipendenti, poiché una parte sarebbe stata restituita al datore di lavoro, che, in alcuni casi, avrebbe provveduto al pagamento in contanti anziché mediante accrediti bancari tracciabili, come previsto. L’inquadramento contrattuale sarebbe inoltre risultato generico e non coerente con le mansioni realmente svolte, in modo da mantenere al minimo il livello salariale, che, comunque, non sarebbe stato rispettato: la retribuzione oraria, infatti, sarebbe stata inferiore a tre euro. Secondo quanto accertato, grazie alla mancata corresponsione delle somme effettivamente dovute ai lavoratori, i datori di lavoro avrebbero ottenuto, nel periodo esaminato, un risparmio illecito complessivamente superiore a 300.000 euro.

La condizione di sfruttamento sarebbe stata aggravata dalla particolare vulnerabilità della manodopera straniera. I lavoratori vivevano all’interno dell’azienda, dipendevano dal datore di lavoro anche per l’alloggio e per gli spostamenti e disponevano di possibilità assai limitate di sottrarsi alle condizioni loro imposte. Le difficoltà linguistiche, la precarietà economica e il timore di perdere l’occupazione o il titolo di soggiorno avrebbero ridotto la loro capacità di rivendicare il pagamento integrale delle retribuzioni, rifiutare turni eccessivi o segnalare le carenze in materia di sicurezza. Alcuni di essi, durante le lunghe escussioni testimoniali, hanno riferito di aver lasciato il proprio paese dopo aver venduto tutto ciò che possedevano, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie d’origine, affrontando viaggi lunghissimi e devastanti per raggiungere l’Italia e trovandosi ancora oggi a dover restituire, in India, le somme ricevute da chi li aveva aiutati economicamente.

Secondo quanto accertato, i lavoratori vivevano in ambienti da ritenersi insalubri, situati a ridosso delle stalle in cui erano presenti i capi di bestiame e caratterizzati da vistose chiazze di muffa sui muri, in condizioni del tutto inidonee sotto il profilo della salubrità, dell’igiene e della sicurezza. Per la maggior parte originari della regione indiana del Punjab, sarebbero stati inoltre controllati a distanza mediante telecamere wi-fi installate appositamente, in assenza delle necessarie autorizzazioni. Il monitoraggio costante delle attività avrebbe impedito loro di chiedere le pause previste, in un contesto già segnato da una forte soggezione personale, contribuendo a creare una forma di controllo pervasivo e di pressione psicologica incompatibile con il libero svolgimento della prestazione lavorativa. Gli stessi non avrebbero goduto di ferie e riposi e sarebbero stati costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di cipolle, patate e legumi e di altri alimenti economici e non facilmente deperibili, sia per ragioni economiche sia per la mancanza di tempo libero dovuta ai ritmi di lavoro.

Le irregolarità non avrebbero riguardato soltanto orari e retribuzioni. Sul piano della salute e della sicurezza, gli accertamenti avrebbero documentato visite mediche obbligatorie mai effettuate o eseguite soltanto dopo l’avvio dell’indagine, una sorveglianza sanitaria incompleta e la mancata valutazione di rischi specifici connessi al contatto con animali e reflui zootecnici. Non sarebbero stati adeguatamente considerati il rischio biologico derivante dalle zoonosi, l’esposizione a rumore e vibrazioni, l’impiego di sostanze chimiche, la movimentazione manuale dei carichi e l’uso di macchinari.

I fotogrammi acquisiti dal sistema di videosorveglianza interno, infatti, hanno consentito di appurare, secondo la ricostruzione investigativa al vaglio, che i lavoratori – anche dopo il propagarsi di un’epidemia tra la maggior parte dei bovini – colpiti infatti da “leptospirosis” (malattia batterica trasmissibile dagli animali all’uomo e potenzialmente in grado di provocare, nei casi più gravi, danni renali ed epatici, meningite ed emorragie polmonari) sarebbero stati impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili, con un evidente rischio di zoonosi e, quindi, di contagio delle vittime. Benché fosse formalmente previsto l’uso di calzature antinfortunistiche, diversi addetti avrebbero ricevuto soltanto stivali o gambali di gomma. All’interno dell’azienda, inoltre, erano presenti strutture in “eternit”, che presentavano lesioni in diversi punti.

Un ulteriore filone investigativo ha riguardato la gestione dei reflui zootecnici e dei rifiuti. Le strutture regolarmente autorizzate non sarebbero state sufficienti a contenere la quantità di deiezioni prodotta. Per questa ragione, secondo la ricostruzione tecnica, sarebbe stato creato un sistema parallelo di raccolta e deflusso, costituito da vasche, canali, argini, tubazioni, scavi e riporti di terreno, destinato a convogliare i reflui al di fuori delle aree consentite. Gli accertamenti, eseguiti anche mediante sorvoli con droni e supportati da complesse attività tecniche, avrebbero documentato che, dalla parte superiore dell’azienda situata su un pendio, scendeva un canale appositamente realizzato che, dopo aver attraversato cumuli di letame lunghi diverse decine di metri, terminava in un lago artificiale.

I presunti abusi relativi allo scavo del canale e alla realizzazione dell’invaso ricadrebbero in un’area sottoposta a plurimi vincoli paesaggistici, ambientali e naturalistici, ricadente nel “Parco Regionale Terra delle Gravine”, in un contesto territoriale di eccezionale pregio ambientale, paesaggistico e archeologico, essendo presenti in zona chiese rupestri, insediamenti medievali, nonché importanti testimonianze della “Civiltà Enolitica di Laterza”, celebre per le caratteristiche ceramiche. Proprio durante un sopralluogo, effettuato con personale specializzato della “Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo” di Taranto, sono stati rinvenuti resti di ceramiche di cui non è stato possibile definire l’origine. L’area è sottoposta, poi, a importanti vincoli idrogeologici ed è stata interessata, anche nel recente passato, da alluvioni come quella di Ginosa del 2013.

In particolare, gli indagati avrebbero accumulato ingenti quantitativi di letame, realizzando anche due concimaie di rilevanti dimensioni, con profondità variabile fino a sei metri, prive di adeguati sistemi di impermeabilizzazione e contenimento. Nel canale destinato al deflusso delle deiezioni sarebbe stato accertato lo scorrimento continuo di liquami maleodoranti e sostanze chimiche provenienti direttamente dalle stalle. Tali liquidi, derivanti dalle acque utilizzate per il lavaggio degli ambienti, degli abbeveratoi e delle stalle, nonché per altri usi di servizio, sarebbero fuoriusciti senza alcun trattamento, mescolandosi alle deiezioni liquide e solide dei bovini, per poi incanalarsi e defluire verso valle, trascinando con sé materiale fecale fino a confluire in un vero e proprio lago artificiale abusivo di considerevoli dimensioni, lungo 120 metri e largo, in alcuni punti, fino a 45.

Il deflusso delle acque veniva arrestato da una vera e propria diga, realizzata abusivamente, che sbarrava il letto di un impluvio naturale a carattere intermittente. Il liquido presente nel bacino era stagnante, di colore scuro e torbido, con bolle superficiali tipiche dei processi di fermentazione anaerobica, indice evidente della massiccia presenza di sostanza organica in decomposizione. Nel bacino sarebbe stato inoltre accertato il superamento dei limiti di tossicità, con effetti nocivi rilevati mediante il test biologico su “Daphnia Magna” e con la presenza di solidi sospesi, fosforo, cloruri, alluminio, ferro, manganese, rame e selenio. Secondo quanto accertato anche attraverso rilievi aerofotogrammetrici, ciò avrebbe determinato l’alterazione dell’ecosistema naturale, habitat di diverse specie protette di avifauna, tra cui il “limicolo”, il “codibugnolo”, il “passero d’Italia” e la “tortora dal collare”. Alcuni esemplari di queste specie sono stati osservati mentre si abbeveravano nello specchio d’acqua contaminato. Anche i bovini dell’azienda sono stati visti dagli investigatori all’interno del bacino, dove si immergevano nelle ore più calde, con evidenti possibili ricadute sulla loro salute e su quella degli operatori.

Nella parte sottostante il lago artificiale, mediante ulteriori sbarramenti abusivi e sfruttando la naturale pendenza del terreno, gli indagati avrebbero fatto scorrere verso valle i reflui per separare la componente liquida da quella solida, favorendo l’essiccazione di quest’ultima e il suo successivo riutilizzo come concime agricolo. Su una superficie complessiva di circa 21.000 metri quadrati sarebbe stata così realizzata, di fatto, una discarica abusiva. Gli accertamenti, condotti anche attraverso le cartografie storiche acquisite presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze, avrebbero consentito di rilevare che le opere non erano presenti in epoche precedenti alla costituzione dell’azienda agricola, risalente al 2010. È stato calcolato che, per rimuovere dall’area i rifiuti zootecnici, sarebbe necessaria la cifra di 1.600.000 euro, con provvedimenti di carattere straordinario. Anche i liquidi contenuti nel lago artificiale, come detto altamente inquinati, sarebbero stati utilizzati mediante una pompa per irrigare i campi circostanti.

Durante l’esecuzione dell’operazione, gli investigatori dell’Arma hanno accertato, inoltre, un ulteriore peggioramento della situazione, constatando come lo specchio d’acqua, suddiviso dai vari terrazzamenti artificiali, sarebbe arrivato ad una dimensione di circa 2 ettari complessivi, nonché sottoponendo a sequestro ulteriori due aree adibite a deposito incontrollato di rifiuti, in cui sarebbero stati trovati rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (cd. “RAEE”), nonché materiale chimico come ad esempio alcuni fusti di formaldeide.

Il provvedimento cautelare restituisce, pertanto, un quadro nel quale l’evento mortale, lo sfruttamento dei lavoratori, l’impiego di stranieri in condizioni irregolari, le omissioni antinfortunistiche, la gestione illecita dei rifiuti, l’inquinamento e le trasformazioni abusive del territorio non costituirebbero fatti separati, ma differenti manifestazioni di un medesimo modello gestionale. La morte del lavoratore ha consentito di portare alla luce le condizioni nelle quali si sarebbero svolte le attività quotidiane, mentre i successivi sopralluoghi, le escussioni testimoniali, l’analisi della documentazione lavoristica e contabile, le verifiche sanitarie e i rilievi ambientali hanno permesso di ricostruire nel dettaglio le singole condotte e i relativi collegamenti, al vaglio dell’autorità giudiziaria.