Omicidio Saman Abbas, ergastolo definitivo ai genitori e ai cugini

La Cassazione mette la parola fine al caso della 18enne pakistana uccisa perché rifiutava un matrimonio combinato.

Roma – La giustizia, per Saman, non farà più marcia indietro. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dagli imputati e ha reso definitive le condanne per l’omicidio di Saman Abbas, la giovane pakistana di appena 18 anni uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. Carcere a vita per i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, ed ergastolo anche per i due cugini, Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Definitiva pure la pena di 22 anni di reclusione inflitta allo zio Danish Hasnain.

Con la decisione dei giudici supremi cala il sipario su una delle vicende più agghiaccianti degli ultimi anni. Secondo l’accusa, Saman fu assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver scelto uno stile di vita ritenuto incompatibile con le tradizioni della famiglia. Un delitto d’onore, organizzato nei minimi dettagli da un intero clan per punire quella figlia “ribelle” che pretendeva di decidere da sé come vivere e chi amare.

La sera del 30 aprile 2021 Saman scambia gli ultimi messaggi con il fidanzato, poi si incammina lungo un viottolo buio davanti a casa insieme alla madre. E sparisce nel nulla. Il suo corpo verrà ritrovato soltanto un anno e mezzo dopo, sepolto in un casolare abbandonato non lontano dall’abitazione. La giovane era da poco tornata a Novellara dopo un periodo trascorso in una comunità protetta a Bologna, dove era stata accolta dopo aver denunciato ai carabinieri i genitori che volevano costringerla alle nozze forzate. Voleva solo prendere i documenti e andarsene. Non ne ebbe il tempo.

Saman e la madre

I cinque parenti, unici indagati fin dall’inizio, furono rintracciati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e il Pakistan, e riportati in Italia per rispondere davanti alla giustizia. Nel corso dei tre gradi di giudizio il ruolo decisivo è stato quello del fratello minore di Saman, appena 16enne all’epoca dei fatti: fu lui, quell’ultima sera, a mostrare ai genitori la chat della sorella con il fidanzato, ed è la sua testimonianza a collocare tutti e cinque i familiari sulla scena del delitto.

Il procuratore generale Marco Dall’Olio, chiedendo la conferma delle condanne, aveva parlato di “violenza estrema e sproporzionata e di un movente dalla natura turpe e ignobile: “Saman doveva essere punita, non poteva decidere da sola della sua vita”. Riconosciute agli imputati le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. Oggi resta solo il ricordo di una ragazza che voleva essere libera. E una tomba, al cimitero di Novellara, davanti alla quale l’Italia intera si è fermata a chiedere perdono.