La ragazza inghiottita dall’acqua, la storia di Patrizia Esposto

Una quattordicenne ritrovata morta in un canale e un assassino individuato solo grazie all’intuizione di un giudice.

Torino – Un tatuaggio con l’aquila nazista sul braccio, un arresto nel 1969 per il tentato sequestro di una quindicenne, un fermo nel 1970 su un’auto rubata carica di blocchi di porfido e catene e la passione per i romanzi gialli, di cui amava raccontare come gli assassini fossero sempre troppo stupidi per non lasciare tracce. È il profilo di Roberto Ravazzani, trent’anni, figlio del titolare di un sacchettificio di Borgo Vittoria, a Torino, l’uomo che nell’estate del 1981 diventa il principale sospettato nella scomparsa di Patrizia Esposto, quattordici anni, che solo un anno dopo, nel 1982, confesserà di averla uccisa.

Tutto inizia il 3 luglio 1981, quando la sorella maggiore di Patrizia, Antonietta, chiede alla ragazzina di andare a ritirare un documento proprio nell’azienda dove lavora, in via Lisa a Borgo Vittoria. Patrizia parte entusiasta, impiega un’ora di autobus per arrivare, si ferma davanti al cancello dell’azienda. E da lì sparisce. È Ravazzani stesso, convocato dalla polizia il giorno dopo, a raccontare di averla incontrata verso le 16.00, di averle detto che gli uffici erano già chiusi e di averla accompagnata in auto fino a una fermata dell’autobus. Ma è proprio nel suo racconto che gli inquirenti individuano le prime crepe: la versione su dove l’abbia lasciata cambia più volte nel giro di poco e resta un buco di due ore e mezza nei suoi movimenti successivi, mai chiarito con certezza. La famiglia nota anche un altro dettaglio: Patrizia aveva sempre rifiutato i passaggi in auto offerti da Ravazzani. Perché quel giorno avrebbe accettato?

Nonostante questi sospetti, mancano prove concrete e le ricerche si concentrano altrove. Mirafiori Sud si mobilita con manifesti, pattugliamenti nei quartieri e un appello sui giornali, dopo sei giorni di silenzio. Nulla accade fino al 17 luglio, quando un addetto alla manutenzione del canale che scorre da Alpignano a Orbassano urta con il forcone quello che sembra un manichino: è il corpo di Patrizia, riconoscibile dagli orecchini, con le mani legate dietro la schiena da un elastico dei suoi stessi bermuda, mai ritrovati insieme alle scarpe. Ravazzani viene richiamato in questura, ma il giorno dopo una perizia medica chiude ogni pista investigativa parlando di suicidio, non essendoci segni di violenza sul corpo. Una conclusione che lascia aperte più domande di quante ne risolva. Il caso scivola verso l’archiviazione.

A cambiare tutto, un anno dopo, è un’intuizione del giudice istruttore Oggè, che l’11 luglio 1982 fa calare un sommozzatore nel canale per verificare quanto tempo impieghi un corpo a raggiungere, trascinato dalla corrente, il punto in cui è stata trovata Patrizia: solo quattro ore, contro i quattordici giorni impiegati nella realtà. Dragando il fondale, si scopre l’esistenza di un masso con delle corde ancora fissate, usato per impedire al cadavere di riemergere. Pochi giorni dopo, un piccolo criminale di nome Dino Giargia si presenta spontaneamente in questura raccontando di conoscere bene quel tratto di canale perché ci andava spesso con un complice: Roberto Ravazzani.

Messo alle strette, l’uomo confessa, anche se le sue versioni cambiano più volte, passando da un approccio respinto e una fuga mai chiarita, a effusioni finite con un presunto malore della ragazza, fino all’ultima ammissione: “Ho perso la testa, forse le ho stretto la gola. Era morta, non sapevo come uscirne”.

In aula ritratta tutto, accusando la polizia di avergli estorto la confessione con la forza, ma una nuova perizia dei medici legali Franchini e De Bernardi si rivela decisiva: le infiltrazioni ematiche trovate sul corpo si formano solo su un organismo ancora vivo. Quando è finita in acqua, Patrizia respirava ancora. Il pubblico ministero Maddalena, nella sua requisitoria, sottolinea come i minuti necessari per legarle le mani e gettarla nella roggia escludano ogni possibile dubbio sulle sue condizioni. Il 10 giugno 1985, con le attenuanti generiche, Roberto Ravazzani viene condannato a 27 anni di reclusione.