Elisa Claps, una verità ancora da scrivere

La Procura di Potenza ha riaperto le indagini per fare luce sulla rete di complici che avrebbero protetto l’assassino della studentessa per 17 anni.

Potenza – Prima ancora di essere un caso giudiziario, quella di Elisa Claps è la storia di una città che per anni ha convissuto con una verità nascosta sotto il proprio tetto, in senso letterale. La sedicenne di Potenza, studentessa del liceo classico con l’ambizione di diventare medico e lavorare in Africa con Medici Senza Frontiere, uscì di casa la mattina di domenica 12 settembre 1993 dicendo al fratello Gildo che sarebbe tornata per il pranzo in campagna con la famiglia ma non fece più ritorno. Il suo corpo sarebbe stato trovato soltanto diciassette anni dopo, nel sottotetto della stessa chiesa in cui era stata vista l’ultima volta: la Santissima Trinità, nel cuore della città di Potenza.

A rendere il caso Claps uno dei più inquietanti della cronaca italiana non fu soltanto la durata della scomparsa, ma la catena di indizi trascurati, testimonianze contraddittorie e reticenze che accompagnarono le indagini fin dalle prime ore. Poche ore dopo la sparizione di Elisa, Danilo Restivo, ventunenne conoscente della ragazza e l’ultima persona ad averla incontrata, si presentò al pronto soccorso con una ferita alla mano, sostenendo di essersi fatto male cadendo vicino a un cantiere nei pressi della chiesa. Indossava abiti macchiati di sangue, che tuttavia non furono sequestrati subito dagli inquirenti. Nei giorni successivi Restivo si rese irreperibile, giustificandosi poi con un presunto esame universitario a Napoli.

In una successiva audizione, ammise di aver incontrato Elisa quella mattina, ma parlò di un colloquio innocente, dicendo di averle chiesto consigli su una ragazza di cui era invaghito. Una versione che agli occhi della famiglia Claps apparve fin da subito come un tentativo di depistaggio.

Danilo Restivo

Il profilo di Restivo, del resto, non era quello di un semplice conoscente. Secondo quanto ricostruito negli anni, il giovane era già noto per comportamenti ossessivi verso alcune coetanee: telefonate anonime, pedinamenti e soprattutto l’abitudine di tagliare di nascosto ciocche di capelli alle ragazze che gli piacevano, conservandole come trofei. Comportamenti di cui, secondo la famiglia Claps, l’allora parroco della Santissima Trinità, don Domenico Sabia, per tutti “don Mimì”, sarebbe stato già a conoscenza, avendo ricevuto in passato lamentele da alcuni fidanzati delle giovani coinvolte.

Proprio la figura del sacerdote, morto nel 2008 senza aver mai chiarito fino in fondo il proprio ruolo, resta al centro di uno dei nodi più controversi della vicenda: interrogato dalla madre di Elisa nei giorni della scomparsa su un’eventuale conoscenza di Restivo, avrebbe risposto con una frase ambigua, negando di conoscere sia la ragazza sia il giovane, salvo poi ammettere in seguito un legame con la famiglia Restivo. Un’ambiguità che la famiglia Claps ha sempre interpretato come il segno di una verità taciuta e che ha alimentato per anni il sospetto di coperture locali attorno al giovane sospettato.

Le indagini degli anni Novanta procedettero tra depistaggi veri e propri: nel 1997 un’informativa dei servizi segreti indicò genericamente che la ragazza era stata uccisa in un luogo “appartato ma molto frequentato”, mentre nel 1999 la famiglia ricevette una lettera anonima, poi rivelatasi opera dello stesso assassino, secondo cui Elisa si sarebbe trasferita in Brasile per scelta volontaria. Sempre nel 1999 il fascicolo fu trasferito dalla Procura di Potenza a quella di Salerno, competente per i procedimenti che coinvolgono magistrati in servizio in Basilicata, dopo che un collaboratore di giustizia potentino, Gennaro Cappiello, aveva chiamato indirettamente in causa il Pm titolare delle indagini, Felicia Genovese, poi riconosciuta estranea a ogni addebito.

Nel frattempo Restivo si era trasferito nel Regno Unito, dove nel novembre 2002, a Bournemouth, uccise la vicina di casa Heather Barnett, sarta e madre di due figli, colpita con ferite da forbice e trovata con una ciocca di capelli stretta tra le mani. Fu proprio la vicenda inglese e il processo che ne seguì a riportare l’attenzione sul caso Claps. Il 17 marzo 2010, durante alcuni lavori di manutenzione, tre operai trovarono nel sottotetto della chiesa i resti di Elisa, parzialmente mummificati, nascosti sotto assi e tegole insieme ad alcuni suoi effetti personali. Il corpo presentava tredici coltellate e le successive analisi del Dna su una macchia di sangue trovata sulla maglietta della vittima confermarono in modo definitivo la responsabilità di Restivo.

Danilo Restivo nel corso del processo

Il primo processo, con rito abbreviato, si concluse nel novembre 2011 davanti al tribunale di Salerno con una condanna a trent’anni di reclusione e un risarcimento alla famiglia Claps di 700mila euro. La sentenza fu confermata in appello nell’aprile 2013 e resa definitiva dalla Cassazione nell’ottobre 2014. Restivo si trova tuttora detenuto nel Regno Unito, dove sta scontando dal 2011 una condanna a quarant’anni per l’omicidio di Barnett: solo al termine di quella pena, nel 2051, dovrà scontare in Italia i trent’anni per l’omicidio di Elisa.

Elisa da bambina con la madre Filomena

Nonostante le condanne, la famiglia Claps non ha mai considerato chiusa la vicenda. Mercoledì 1° luglio, Gildo Claps, ospite dell’ultima puntata stagionale di “Chi l’ha visto?”, ha rivelato che da circa due anni la Procura di Potenza ha riaperto un’indagine per accertare le circostanze in cui il corpo di Elisa rimase occultato per diciassette anni e le eventuali complicità di cui Restivo potrebbe aver goduto in quegli anni. Accanto a lui, la madre Filomena Iemma, che ha ribadito la fiducia della famiglia nel lavoro della magistratura, definendo l’inchiesta difficile e complessa ma guardandola con ottimismo.

Gildo Claps e Filomena Iemma a Chi l’ha visto?

La puntata ha segnato anche l’addio al programma di Federica Sciarelli, che per ventidue anni ha seguito da vicino il caso Claps e alla quale la madre di Elisa ha voluto rivolgere un ringraziamento pubblico e commosso per la vicinanza dimostrata in oltre tre decenni di ricerca della verità.