Gli eredi denunciano raggiri. I legali si appellano al governo per difendere un tesoro della storia automobilistica italiana.
Trenta milioni di euro su quattro ruote. Un gioiello unico targato Alfa Romeo che, adesso, è svanito nel nulla, lasciando dietro di sé una scia di misteri e un caso giudiziario da far tremare i polsi.
Gli avvocati Angelo e Sergio Pisani hanno deciso di vuotare il sacco per conto degli eredi del vecchio proprietario, convinti che dietro il trasferimento all’estero di questo bolide ci sia sotto un imbroglio colossale. La famiglia, infatti, sostiene di essere finita dalla padella alla brace, incastrata da minacce e raggiri per cedere il veicolo.
Sul tavolo dei magistrati milanesi sono spuntati persino dei file audio scottanti, registrazioni in cui, a detta dei legali, vengono esercitate pressioni affinché sottoscrivessero documenti predisposti da terzi i quali li avrebbero istigati anche a presentare una dichiarazione di smarrimento delle targhe. Una mossa furbesca, insomma, una denuncia poi presentata a terzi che avrebbe agevolato la reimmatricolazione del veicolo all’estero.
Ma la faccenda va ben oltre la faida familiare. Quella fuoriserie non è solo una macchina costosa: stiamo parlando di una storica Alfa Romeo considerata un’autentica testimonianza del patrimonio automobilistico italiano. Un pezzo di cuore e di storia del Made in Italy.
Per questo i legali hanno deciso di alzare il tiro e bussare direttamente alle porte del governo. L’appello punta dritto al ministro della Cultura, affinché disponga ogni verifica necessaria per accertare se l’espatrio dell’Alfa Romeo fuoriserie sia avvenuto nel rispetto delle norme poste a tutela dei beni culturali e del patrimonio automobilistico storico italiano.
Mentre le indagini cercano di venire a capo della matassa per capire chi abbia fatto il gioco sporco, resta un nodo politico e culturale enorme. La magistratura farà il proprio corso, mettono in chiaro i fratelli Pisani, ma parallelamente lo Stato è chiamato a verificare se un bene che rappresenta un pezzo della storia dell’automobilismo italiano abbia lasciato il Paese senza le autorizzazioni previste dalla legge.
Se i sospetti diventassero certezze, ci troveremmo davanti a uno schiaffo in faccia non solo a chi è stato truffato, ma a una vicenda che, se trovasse conferma, riguarderebbe non solo una famiglia, ma la tutela di un patrimonio che appartiene a tutti gli italiani.