Il Plenum ha dato il via libera alla delibera che privilegia i comunicati stampa rispetto alle conferenze.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato a maggioranza, con quattro voti contrari e tre astensioni, le nuove linee guida che riscrivono i rapporti tra uffici giudiziari e informazione. Il testo sostituisce quello in vigore dal 2018 e introduce una logica inedita: non più la sola presunzione di innocenza come bussola della comunicazione istituzionale, ma una tutela reputazionale più estesa, che accompagna l’indagato lungo tutto l’arco del procedimento.
A illustrare il provvedimento è stata la relatrice Claudia Eccher, che ha definito questo passaggio come la principale innovazione di sistema. Il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli ha inquadrato la questione in termini più ampi: nell’era digitale, ha spiegato, una reputazione danneggiata tende a restare compromessa nel tempo e questo impone di trovare bilanciamenti adeguati tra cronaca e tutela della persona. Da qui nasce l’obbligo di una comunicazione di aggiornamento ogni volta che gli sviluppi di un’indagine contraddicano il quadro inizialmente diffuso.
Quanto alle regole operative, la delibera stabilisce una gerarchia precisa tra gli strumenti a disposizione delle Procure. Il comunicato scritto diventa la forma ordinaria di interlocuzione con i media; la conferenza stampa viene invece configurata come extrema ratio, ammessa solo in presenza di un interesse pubblico specifico e documentato. Sul fronte degli aggiornamenti, quando dopo la divulgazione di notizie su indagini o misure cautelari intervengano archiviazioni, revoche, proscioglimenti o assoluzioni, gli uffici saranno tenuti a informare con criteri di tempestività e proporzionalità. Nella fase delle indagini preliminari l’aggiornamento partirà automaticamente; in seguito potrà essere attivato su richiesta dell’interessato, con le Procure della Repubblica che mantengono la responsabilità dell’intera filiera comunicativa.
Le reazioni delle organizzazioni di categoria non si sono fatte attendere. La segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante ha distinto tra i principi condivisibili del testo, il linguaggio sobrio, il rispetto della dignità, il divieto di anticipare giudizi, e le criticità concrete che rischiano di emergere in fase applicativa. Il riferimento è a quanto già accaduto con il decreto 188 del 2021 sulla presunzione di innocenza, che aveva già ristretto significativamente i flussi informativi dalle Procure verso le redazioni. La Fnsi teme che limitare le conferenze stampa si traduca in comunicati laconici e privi di elementi utili e che i magistrati possano così sottrarsi al confronto diretto con i giornalisti. Usare il garantismo come schermo per comprimere il diritto all’informazione, ha avvertito Costante, è un rischio già vissuto in passato e che la categoria non intende correre di nuovo. Un punto specifico riguarda l’accesso agli atti: la Fnsi ha ricordato che l’articolo 114 del codice di procedura penale non vieta il rilascio di copie degli atti, ma ne limita solo la pubblicazione e che per riassumerne il contenuto, i giornalisti devono poter ottenere quei documenti.
Toni ancora più duri sono arrivati dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli, che ha liquidato le linee guida come anacronistiche. Il paradosso che Bartoli denuncia è stridente: mentre su web e social media ogni tipo di notizia, verificata o meno, circola liberamente, si stringono i margini dell’informazione professionale, con il risultato di mortificare chi fa cronaca giudiziaria riducendola a un esercizio di copia e incolla. Non è una questione corporativa, ha precisato: riguarda il diritto dei cittadini a essere informati su ciò che accade nelle aule di giustizia.