L’epidemia delle truffe su WhatsApp

Dal “caro papà” al furto dell’account, nell’ultimo periodo si registra un aumento significativo dei raggiri sulla piattaforma di messaggistica.

La fiducia reciproca e l’informalità che caratterizzano le conversazioni quotidiane su WhatsApp sono diventate il nuovo terreno di caccia preferito dai cybercriminali. Negli ultimi mesi, le truffe sulla piattaforma di messaggistica più diffusa al mondo hanno registrato una crescita esponenziale. Strategie mirate, messaggi apparentemente innocui e account clonati vengono utilizzati per indurre le vittime a compiere azioni impulsive, con danni economici spesso rilevanti.

A rendere queste frodi particolarmente insidiose è la capacità dei malviventi di muoversi sia attraverso utenze sconosciute sia, nei casi più gravi, violando i profili di contatti presenti nella rubrica della vittima, abbassando drasticamente le barriere di diffidenza dei cittadini. I tentativi di truffa viaggiano su binari differenti, ma condividono la medesima struttura logica. Gli analisti informatici hanno isolato le cinque tipologie più ricorrenti sul mercato del cybercrime:

  • Il finto parente: è il classico sms o messaggio che recita: «Ciao mamma, mi è caduto il telefono nel water, questo è il mio nuovo numero». Una volta agganciata la vittima, scatta la richiesta di denaro.
  • Le emergenze inventate: richieste di bonifici immediati o ricariche di carte prepagate per coprire spese mediche improvvise, incidenti o problemi legali fittizi.
  • I link malevoli (phishing): collegamenti ipertestuali camuffati da concorsi a premio, offerte di lavoro imperdibili o finte votazioni online, progettati per sottrarre dati bancari o credenziali.
  • Il furto del codice OTP: messaggi in cui un conoscente (il cui profilo è già stato hackerato) chiede l’invio di un codice numerico a sei cifre ricevuto via SMS.

L’acquisizione del codice OTP (One-Time Password) rappresenta la minaccia più grave: permette infatti ai criminali di assumere il controllo totale dell’account WhatsApp della vittima, escludendola dall’applicazione e utilizzando la sua reale identità per contattare l’intera lista contatti a scopo estorsivo.

Le truffe digitali non si basano unicamente su sofisticati software informatici, ma applicano collaudate tecniche di ingegneria sociale. I truffatori fanno leva su tre precisi fattori psicologici: fiducia, fretta e paura.

L’ambiente informale della chat spinge gli utenti a prestare meno attenzione rispetto a una comunicazione via mail o a un’interfaccia bancaria. Se a questo si aggiunge la simulazione di un pericolo imminente o di una necessità finanziaria di un figlio, la capacità di analizzare razionalmente la situazione si azzera, portando all’errore anche le persone più esperte di tecnologia.