Omicidio Imane Laloua: dopo oltre 20 anni c’è un indagato

Un nome è finalmente emerso nell’inchiesta sulla giovane marocchina scomparsa da Prato nel 2003 e ritrovata senza vita tre anni dopo.

Prato – Vent’anni dopo la sua scomparsa e quindici anni dopo il drammatico ritrovamento dei suoi resti, l’omicidio di Imane Laloua potrebbe finalmente essere arrivato a un punto di svolta. La ragazza, arrivata in Italia dal Marocco nel 1995 ancora bambina per ricongiungersi con la madre a Firenze, aveva poi vissuto a Montecatini Terme, dove era cresciuta imparando l’italiano e lavorando in alcune strutture alberghiere della zona.

Nel 2003 la sua vita aveva preso una piega diversa: si era trasferita a Prato insieme al marito, anche lui marocchino, segnato da problemi di dipendenza e da continui ingressi e uscite dal carcere. Quel periodo aveva portato tensioni crescenti con la famiglia. La madre, Zoubida Chakir, ricorda ancora l’ultima discussione avuta con la figlia, quando aveva cercato di convincerla a lasciare il marito e a tornare insieme in Marocco per visitare i parenti: un litigio acceso, conclusosi con un allontanamento che si sarebbe rivelato definitivo.

La mamma di Imane

A settembre di quell’anno, non avendo più notizie di Imane, la madre presentò denuncia di scomparsa. Le prime ricerche, però, non portarono a nulla: le forze dell’ordine inquadrarono il caso come un allontanamento volontario, e solo dopo mesi di tentativi la donna riuscì a formalizzare la denuncia. Da quel momento, nessuna informazione concreta sarebbe più arrivata, mentre già nel 2004 cominciavano a circolare voci, mai confermate, secondo cui la giovane potesse essere morta.

La svolta tragica arrivò nel giugno 2006, quando un camionista notò due sacchi abbandonati in un’area boschiva nei pressi del casello di Barberino del Mugello, lungo l’A1. All’interno furono trovati resti ossei e parti molli di un corpo, sezionato con un attrezzo da taglio e privo di alcune parti, tra cui il cranio. Le indagini, in un primo momento, si concentrarono su una pista legata a presunti rituali settari, alimentata dal diario di un’adolescente che raccontava di violenze rituali commesse insieme a un coetaneo. Quella pista, però, si rivelò priva di fondamento: la ragazza ammise di aver scritto un racconto inventato e il fascicolo fu archiviato.

Solo nel 2017, grazie a nuovi accertamenti genetici voluti dalla Procura di Prato, fu possibile dare un nome a quei resti: il confronto del Dna, condotto dal genetista Ugo Ricci, confermò che si trattava del corpo di Imane. Il caso passò quindi alla Procura di Firenze, dove venne aperto un nuovo procedimento per omicidio e occultamento di cadavere, coordinato dalla pm Giuseppina Mione.

I due sacchi contenenti le spoglie della ragazza maghrebina

Da allora l’inchiesta era rimasta bloccata, fino alla novità di queste ore: per la prima volta è emerso il nome di un indagato, un cittadino albanese di 45 anni residente a Firenze. L’uomo dovrà sottoporsi ad accertamenti tecnici su alcuni oggetti recuperati dal suo veicolo poco prima del ritrovamento dei resti di Imane, rimasti per anni dimenticati in un commissariato delle Marche e mai analizzati. Gli inquirenti vogliono ora verificare se vi siano tracce genetiche della ragazza, un riscontro reso incerto dal tempo trascorso ma su cui la famiglia ripone grandi speranze.

Questa nuova pista è nata da un filone investigativo collegato al caso di Vasile Frumuzache, la guardia giurata in carcere per l’omicidio di due giovani escort romene, nell’ambito del quale il Ros ha riesaminato anche casi di donne scomparse rimasti senza colpevole. Sebbene non siano emersi legami diretti tra l’indagato e la guardia giurata, il ritrovamento di quegli oggetti sospetti, risalenti a un periodo compatibile con la scoperta dei resti, ha riportato l’attenzione sul caso di Imane.