Quindici anni su un binario morto

La stazione di Niscemi è chiusa dal maggio 2011. Da allora sono arrivate promesse, gare d’appalto, cantieri e una riapertura solo agognata.

Niscemi – C’è un fabbricato a due piani, con biglietteria, sala d’attesa e bar. Ci sono le pensiline sui binari, il sottopassaggio, il parcheggio antistante. C’è tutto ciò che occorre in una stazione ferroviaria, tranne i treni. La stazione di Niscemi, nel cuore della Sicilia nissena, è ferma all’8 maggio 2011, giorno in cui un’arcata del viadotto di contrada Discesa degli Angeli cedette portando con sé anche ogni prospettiva di collegamento su rotaia per una città di oltre trentamila abitanti.

Quello che doveva essere un provvedimento temporaneo si è trasformato in uno dei casi più emblematici dell’abbandono infrastrutturale del Mezzogiorno. Quindici anni dopo, la stazione è ancora chiusa. I binari si sono ricoperti di vegetazione infestante. Il traffico ferroviario sulla tratta Caltagirone-Gela non è mai ripreso.

La linea su cui si trova la stazione di Niscemi, inaugurata nel 1979, dopo lavori iniziati nel 1952 e trascinati per quasi tre decenni, collegava la città a Caltagirone e Gela, inserendosi nel tracciato più ampio della Catania-Caltagirone-Gela. Un asse ferroviario che attraversa un comprensorio di circa 170mila abitanti, tra l’entroterra nisseno e il calatino, privo di autostrade e con una viabilità ordinaria che non compensa il vuoto lasciato dai treni. Quando il viadotto cadde, al posto dei convogli arrivarono le corse sostitutive su gomma. Autobus che percorrono gli stessi tragitti in tempi analoghi, su strade spesso dissestate, senza né la capienza né la puntualità che il trasporto ferroviario avrebbe potuto garantire.

Il paradosso è che quel ponte era stato costruito tra il 1957 e il 1959. Oltre mezzo secolo di vita, nessuna sostituzione programmata, nessun intervento strutturale preventivo. Il crollo non ha sorpreso soltanto i residenti: ha colto alla sprovvista anche le istituzioni, che per anni non avevano considerato la linea degna di investimenti significativi. Emblema, come fu scritto all’epoca, dell’arretratezza ferroviaria siciliana.

Poi è arrivato il lungo tempo delle promesse. Nel 2018 è stato presentato un progetto di ripristino complessivo. Nel 2021 è partita una gara d’appalto da quasi 18 milioni di euro per l’ammodernamento dei viadotti del primo lotto, quello tra Caltagirone e Niscemi. Nel luglio 2022 è stata celebrata la consegna dei lavori per la ricostruzione del viadotto crollato: cerimonia con assessori regionali, tecnici di RFI e Italferr, dichiarazioni solenni. Il cantiere avrebbe dovuto completarsi in un anno. La riapertura dell’intera tratta Caltagirone-Gela era indicata come obiettivo entro il 2026, con un investimento complessivo di 265 milioni di euro, di cui oltre 156 a valere sul PNRR.

Siamo a metà 2026. I lavori procedono per lotti, il nuovo viadotto ad archi, progettato per riprodurre le 17 arcate di quello originale, su uno sviluppo di 413 metri, è in costruzione. Ma la riapertura non è imminente. I cantieri riguardano ancora l’adeguamento sismico dei manufatti, il consolidamento del sedime, le gallerie. La stazione di Niscemi resta sbarrata.

La linea Caltagirone-Gela non era né secondaria né marginale per i territori che serviva: era l’unica connessione ferroviaria di un’area vasta, interna, priva di alternative rapide. Eppure per anni è stata trattata come un ramo secco da potare, non come un’infrastruttura da mantenere. Il crollo del viadotto non è stata una fatalità imprevedibile: è stato il punto di arrivo di decenni di disattenzione.

I cittadini di Niscemi, nel frattempo, si sono adattati come si fa in queste situazioni: macchina propria, corse su gomma, rassegnazione. La stazione resta lì, integra nell’aspetto, svuotata nella funzione, a ricordare che certe chiusure temporanee in Italia tendono a diventare permanenti e che le riaperture annunciate hanno la stessa natura delle promesse elettorali: si ripetono a turno, finché non si smette di farle.