Prometteva rendimenti garantiti ma era una trappola

Per anni un consulente ha convinto 35 clienti a investire con false garanzie, finendo per bruciare quasi 6 milioni di euro.

Arezzo – I militari del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Arezzo, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, hanno portato alla luce una maxi truffa finanziaria ai danni di 35 risparmiatori, per lo più tra Arezzo e il Valdarno. Una vicenda lunga anni, che ha lasciato dietro di sé un conto salatissimo.

Le indagini sono partite quasi due anni fa dalla Compagnia di San Giovanni Valdarno, dopo le prime denunce. Da lì si è iniziato a tirare il filo della matassa. E quello che è venuto fuori è un sistema che avrebbe funzionato dal 2012 al 2024. Secondo gli accertamenti, un consulente finanziario avrebbe operato nella provincia di Arezzo all’insaputa sia dell’istituto di credito che gli aveva affidato l’incarico sia dei clienti stessi. Nel frattempo, avrebbe gestito i risparmi — oltre 9,3 milioni di euro complessivi nel tempo — indirizzandoli verso investimenti ad altissimo rischio, con perdite stimate intorno ai 5,8 milioni.

Abbiamo intervistato il comandante Massimiliano Ambrosino del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Arezzo.

Comandante, come è stato possibile che il consulente operasse per oltre dieci anni senza che emergessero segnali interni all’istituto di credito?

“È riuscito a costruirsi, nel tempo, un rapporto di grande fiducia con i clienti. Questo gli ha permesso di agire con continuità, anche grazie a una fitta attività di falsificazione della documentazione. Firmava al posto dei risparmiatori, alterava dati e prospetti, e di fatto presentava scenari di guadagno che non esistevano. In alcuni casi parlava addirittura di rendimenti garantiti che in realtà erano semplicemente frutto di somme sottratte ad altri clienti”.

Quali sono stati gli elementi decisivi che hanno permesso di far emergere la truffa e far partire le indagini?

“Determinante è stata la scelta delle vittime di denunciare. È da lì che tutto è partito. Le denunce sono fondamentali: senza la collaborazione dei cittadini, per le forze dell’ordine diventa molto più difficile far emergere situazioni di questo tipo. Segnalare, anche quando il dubbio sembra piccolo, è il primo passo per permetterci di intervenire in modo efficace”.

Al di là della condanna penale, quali tutele concrete oggi restano ai risparmiatori coinvolti per recuperare le somme perse?

“L’ordinamento prevede strumenti importanti. In particolare, l’articolo 31 del Testo Unico della Finanza stabilisce la responsabilità solidale dell’intermediario, quindi dell’istituto di credito o della società di intermediazione, per i danni causati dal consulente finanziario. Questo significa che i risparmiatori possono agire per il risarcimento non solo nei confronti del professionista, ma anche verso l’intermediario, che può essere chiamato a rispondere dei danni subiti. L’obiettivo è quello di offrire concrete possibilità di recuperare, almeno in parte, le somme perse”.

Il lavoro dei militari di Arezzo è partito grazie alle denunce dei clienti truffati.

Nel corso degli anni, il consulente sarebbe riuscito a conquistare completamente la fiducia dei clienti. Promesse rassicuranti, scenari senza rischi, e in diversi casi la garanzia di rendimenti fissi al 5% annuo. Insomma, tutto sembrava andare liscio. E così molti risparmiatori — anche persone anziane o fragili — gli hanno affidato i risparmi di una vita: centinaia di migliaia di euro, fino a oltre un milione in alcuni casi. Da qui anche la contestazione dell’aggravante per il danno patrimoniale di rilevante entità.

Entrando nel dettaglio, però, il quadro cambia completamente. I clienti venivano indirizzati verso investimenti ad alto rischio, spesso del tutto incoerenti con il loro profilo. In un caso, parte delle somme sarebbe stata trasferita anche all’estero, in Svizzera, senza poi essere più rintracciata. E per rendere il tutto credibile, il consulente avrebbe alterato documenti e firme.

I questionari MiFID venivano compilati con dati non veritieri e, in diversi casi, firmati al posto dei clienti. Stesso discorso per i mandati di compravendita e per l’apertura di conti correnti mai richiesti. Non solo: in alcune situazioni sarebbero stati eseguiti bonifici non autorizzati o raccolti assegni senza indicazione del beneficiario. Un vero e proprio mosaico costruito pezzo dopo pezzo, a insaputa dei risparmiatori.

Nel frattempo, i clienti venivano tranquillizzati con rendicontazioni apparentemente positive, ma in realtà completamente distorte. E in alcuni casi ricevevano anche “rimborsi” che altro non erano se non i loro stessi soldi già investiti in precedenza. Un gioco delle tre carte, insomma, che per anni ha mascherato il reale andamento delle operazioni.

Gran parte delle somme, secondo quanto ricostruito, veniva poi impiegata in titoli in valuta estera ad alta volatilità. Una scelta che si è rivelata devastante: la forte svalutazione intervenuta nel tempo avrebbe contribuito a perdite che, in diversi casi, hanno sfiorato l’80% del capitale.

Sul fronte amministrativo, l’OCF è intervenuto con la radiazione del consulente dall’albo. Sul piano penale, invece, l’impianto accusatorio ha retto fino in fondo: è stata esercitata l’azione penale e il procedimento si è concluso con una sentenza di patteggiamento davanti al GIP del Tribunale di Arezzo per truffa aggravata.

Chiude il quadro il profilo civile: l’articolo 31 del Testo Unico della Finanza prevede infatti la responsabilità solidale dell’istituto di credito per i danni causati dal consulente abilitato all’offerta fuori sede, anche se accertati in sede penale.