L’autopsia sul corpo della piccola Beatrice svela l’orrore

Quarantotto ore di agonia senza che nessuno chiamasse i soccorsi e un disperato tentativo di depistaggio.

Bordighera – Lividi su tutto il corpo, impronte di scarpe sulle gambe, acqua calda versata sul cadavere per cancellare le prove e un trauma cranico che ha lasciato la bambina agonizzante per quasi due giorni, mentre nessuno degli adulti intorno a lei chiamava i soccorsi. A sei mesi dalla morte della piccola Beatrice, avvenuta a Bordighera il 9 febbraio scorso, l’esame autoptico restituisce un quadro agghiacciante e ricostruisce con precisione scientifica le ultime settimane di vita della bimba di due anni, figlia di Emanuela Aiello, oggi in carcere insieme al compagno Emanuel Iannuzzi.

I segni sul corpo coprono ogni distretto anatomico e risalgono a tre o quattro giorni prima del decesso, a conferma che i maltrattamenti non erano episodici ma sistematici. Qualcuno aveva anche tentato di far sparire quelle tracce versando acqua calda sul corpicino, un gesto che gli inquirenti leggono come una disperata e maldestra opera di depistaggio.

La causa della morte è un trauma cranico, escludendo categoricamente incidenti domestici come cadute dalla culla o dalle scale: il colpo alla testa potrebbe essere stato sferrato a mani nude, a calci o con un oggetto contundente. Tra quel momento e il decesso per emorragia interna sarebbero trascorse fino a quarantotto ore, un lasso di tempo in cui un intervento medico avrebbe potuto cambiare tutto. Quando la madre ha allertato i soccorsi e poi durante la corsa in auto verso Bordighera con le sorelline a bordo, Beatrice era quasi certamente già morta.

A tentare di salvarla, paradossalmente, erano state proprio le bambine più grandi: la sorella maggiore le faceva da madre da mesi, la nutriva e la accudiva mentre Aiello si trovava dal compagno e aveva anche cercato di chiedere aiuto segnalando le violenze. Un appello che non fu raccolto.