Sono milioni le persone che percepiscono la quiescenza senza aver versato una lira/un euro di contributi. Ma l’evasione non viene perseguita.
Milioni di pensionati percepiscono l’assegno senza aver versato contributi. L’Italia è il Paese dei paradossi. Da anni si parla dell’insostenibilità del nostro sistema pensionistico che pesa troppo sul bilancio dello Stato. Secondo l’Istat il 16,61% del PIL è utilizzato per erogare le pensioni, mentre la media in Europa è del 12,8%. Forse perché la famiglia ha ancora un ruolo importante e gli anziani hanno diritto ad un doveroso riconoscimento.
Spulciando i dati ci si accorge che le cause di un tale squilibrio è molto più prosaico di quanto si pensi. Una quota notevole della spesa è assistenziale e non previdenziale. Con la prima si intendono i servizi, interventi e prestazioni (sanitarie, sociosanitarie ed economiche) messi a disposizione dallo Stato o dagli enti locali per supportare persone non autosufficienti, con disabilità o in condizioni di fragilità economica e sociale.
La seconda è il versamento periodico di denaro o l’erogazione di servizi garantiti dall’INPS. Include trattamenti di vecchiaia, invalidità, disoccupazione e indennità. Tali prestazioni si finanziano con i contributi accumulati dal lavoratore durante la vita lavorativa attiva. Di fatto lo Stato si trova a pagare ingenti somme anche a chi ha versato pochi contributi o nulla. In Italia ci sono 16,3 milioni di pensionati.
Ebbene più di 7,2 milioni risultano essere o del tutto o parzialmente assistiti. Itinerari Previdenziali, un importante Centro Studi e Ricerche italiano, indipendente e senza fini di lucro, specializzato nell’analisi del sistema di welfare, delle pensioni e della previdenza complementare, ha compiuto uno studio al riguardo. Prendendo in considerazione l’assegno sociale è emerso che negli ultimi 3 anni ben 270 mila persone hanno presentato domanda.
Queste persone, in una percentuale molto alta, erano ignoti all’INPS e al fisco, dunque gravano sulle spalle della società. Su quasi 10 milioni di pensioni di invalidità, reversibilità e vecchiaia, ben 3 milioni sono adeguate al minimo o aumentate senza averne i requisiti. Com’è noto la pensione minima è pari a 611,84 euro, equivalenti a circa 15 anni di contributi che non tutti, per svariati motivi, hanno versato.
E’ come se lo Stato donasse la differenza tra ciò effettivamente versato, per cui la pensione oscillerebbe sui 300-350 euro mensile, raddoppiando l’importo. Quindi, alla fine della giostra un cittadino con pochi contributi percepirebbe un reddito annuo tra 11 mila e 15 euro esentasse, composto da una serie di voci: pensione integrata al minimo aumentata; 14ma mensilità; social card; bonus affitto e bollette; canone tv e altre agevolazioni.

Inoltre oggetto dell’analisi è stato anche l’ISEE, l’Indicatore Situazione Economica Equivalente. È un valore che “fotografa” la situazione economica di una famiglia sommando i redditi e il patrimonio di tutti i membri, e rapportandoli al numero di persone che compongono il nucleo. Serve per accedere a bonus e agevolazioni statali o comunali.
L’anno scorso le domande presentate hanno coinvolto oltre 32 milioni di individui, pari al 55% del totale. Secondo i ricercatori in origine l’erogazione è stata pensata al massimo per il 6-8% della popolazione. Ma se si arriva al 50% e oltre, vuol dire che il sistema è fuori controllo. Il problema potrebbe essere risolto tenendo separata l’assistenza dalla previdenza, rivedere i requisiti per l’ISEE, l’erogazione dei bonus e, soprattutto, effettuare i controlli prima che venga messo in moto il processo.
Se la spesa pensionistica del Belpaese è superiore alla media dei Paesi europei chi versa i contributi si trova con assegni ridotti e senza perequazione delle pensioni, ossia il meccanismo che adegua annualmente gli assegni pensionistici al costo della vita per tutelarne il potere d’acquisto. In tutta questa accurata analisi stride che non sia stata considerata l’elevata evasione fiscale e contributiva del nostro Paese che secondo alcune stime si aggirerebbe sui 100 miliarddi di euro annui.
E lì che il “malloppo” va recuperato ma non “pescando” nelle erogazioni assistenziali.