Il primo sondaggio strutturato sull’amministrazione Salis fotografa una città spaccata, attenta e ancora in attesa di giudizio definitivo.
Genova – Un anno dopo l’insediamento a Palazzo Tursi, Silvia Salis ottiene una pagella che non lascia tranquilli né i suoi sostenitori né i suoi detrattori. Il sondaggio realizzato da Tecné per Primocanale, il primo di questo tipo dall’inizio del mandato, restituisce l’immagine di una Genova tutt’altro che omogenea: una città che non si è ancora rassegnata alla polarizzazione, ma che di fatto si trova divisa in due blocchi quasi equivalenti per consistenza e convinzione.
Sul piano strettamente valutativo, la metà dei genovesi riconosce all’amministrazione un bilancio sufficiente o superiore. Un quarto abbondante degli intervistati si spinge oltre, esprimendo un giudizio pienamente positivo, mentre il restante segmento concede una sufficienza ragionata, probabilmente consapevole del peso delle difficoltà ereditate.
Di fronte, quasi senza gap, si attesta quasi la metà della cittadinanza con un voto che non raggiunge la soglia minima. Una minoranza preferisce non pronunciarsi. La domanda sulla ricandidatura conferma lo stesso equilibrio instabile: il 51,5% voterebbe di nuovo per lei, il 48,5% no.
In questo contesto va letto anche il dato sulla pulizia urbana, tema storicamente sensibile per i genovesi: quasi la metà degli intervistati non percepisce cambiamenti rispetto al passato, mentre chi nota miglioramenti supera di poco chi registra un peggioramento. Non una bocciatura, ma nemmeno quella svolta tangibile che la città sembra attendere.
Più incoraggiante, per la sindaca, è il capitolo sulla sintonia con il territorio. Sommando chi si dice pienamente in linea con il suo stile di governo e chi lo è almeno in parte, si arriva al 55%, un risultato che racconta l’efficacia della sua presenza capillare nei quartieri e la sua capacità di farsi trovare sui fronti più caldi, dalle crisi industriali alla riapertura degli spazi pubblici.
Ciò che emerge, in definitiva, è una sindaca che ha saputo tenere il campo senza perdere consensi nonostante scelte difficili, prima fra tutte l’aumento fiscale reso necessario da un buco di bilancio da 200 milioni nell’AMT, ma che non ha ancora trasformato il suo profilo riconoscibile in un vantaggio strutturale. Il primo anno ha consolidato le distanze preesistenti più che ridisegnarle.