Gli agricoltori lamentano danni ai raccolti, ma gli animalisti insorgono: “Soluzioni violente, valuteremo azioni legali”.
Bari – Il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), il caratteristico pappagallo verde originario del Sud America che negli ultimi vent’anni è diventato una presenza fissa e rumorosa sia nelle campagne sia nei centri urbani della Puglia, è ufficialmente finito nel mirino della Regione.
Un accordo siglato lo scorso 12 maggio tra l’ente regionale e il Dipartimento di Bioscienze, biotecnologie e ambiente (Dbba) dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ha formalizzato le “Prime linee di indirizzo per la gestione, il controllo e la rimozione dei nidi sul territorio della Regione Puglia”. Il provvedimento, volto a contenere una proliferazione ormai fuori controllo, introduce misure drastiche che stanno spaccando profondamente l’opinione pubblica tra le esigenze del comparto agricolo e la sensibilità del mondo ambientalista.
Le linee guida approvate aprono la strada a interventi di contenimento sul campo particolarmente severi, destinati a colpire la specie in ogni fase del ciclo vitale. Il piano operativo prevede lo smantellamento e la rimozione fisica dei grandi nidi comunitari durante la stagione riproduttiva. All’interno dei nidi si procederà alla distruzione sistematica delle uova e all’eutanasia dei pulli, ossia i piccoli non ancora in grado di volare.
Le attività non risparmieranno gli esemplari adulti, per i quali si prospetta la cattura assistita e persino l’abbattimento. Come confermato da una nota di Coldiretti Puglia, verrà avviato un apposito corso regionale per formare il personale autorizzato alla gestione dei volatili invasivi. Le future attività di controllo comprenderanno l’uso di reti, gabbie-trappola e interventi di contenimento selettivo tramite sparo, nel rispetto delle autorizzazioni vigenti.
La classificazione del parrocchetto monaco come specie aliena invasiva poggia sulle normative europee, che consentono piani di eradicazione o contenimento qualora vi sia una minaccia concreta per la biodiversità, la sicurezza pubblica o l’economia rurale.
Le principali sigle del settore – Coldiretti, Cia Agricoltori Italiani e Confagricoltura – denunciano da tempo danni ingenti e raccolti gravemente compromessi. I pappagalli verdi prendono d’assalto in particolare i mandorleti, i frutteti (con focus su fichi e ciliegi) e i vigneti, distruggendo inoltre i tubi e i sistemi di irrigazione nelle campagne. Questa straordinaria espansione è stata favorita proprio dall’azione umana: molti esemplari discendono da fughe accidentali o liberazioni volontarie di vecchi animali da compagnia, che hanno trovato nel Mediterraneo un habitat ideale a causa dell’innalzamento delle temperature medie globali.
Il ricorso a metodi cruenti e l’arruolamento di personale e cacciatori per l’eliminazione fisica delle colonie ha sollevato l’immediata reazione delle associazioni protezioniste. La Lega antivivisezione (Lav) e la Lega per l’abolizione della caccia (Lac) hanno annunciato l’invio di una formale richiesta di accesso agli atti per esaminare l’intera documentazione, i dati di monitoraggio e i fondamenti scientifici alla base del provvedimento regionale.
“Gli uccelli non sono invasori consapevoli, ma vittime del commercio e degli abbandoni umani”, ricordano gli animalisti, sottolineando come l’abbattimento e la distruzione dei nidi siano risposte violente e spesso inefficaci se non inserite in una strategia preventiva globale. Secondo gli esperti del benessere animale, prima di ricorrere alle armi o all’eutanasia dei piccoli, la Regione avrebbe dovuto valutare seriamente metodi ecologici e non letali, come il monitoraggio costante, i sistemi di dissuasione visiva e acustica, il controllo stringente del commercio di fauna esotica e i progetti sperimentali di sterilizzazione. Le associazioni si riservano di impugnare il piano nelle sedi opportune non appena analizzati i documenti.