C’è una frase, nel comunicato dell’Anm sull’ispezione ministeriale al tribunale per i Minorenni dell’Aquila, che colpisce più di tutte: “esprimiamo la nostra preoccupazione”.
La preoccupazione è una parola che milioni di cittadini conoscono bene quando entrano in contatto con un’autorità. La preoccupazione di trovarsi davanti un sistema enorme, tecnico, opaco, spesso percepito come incontrollabile. La preoccupazione di chi subisce una decisione giudiziaria, un allontanamento familiare, una misura cautelare, una verifica fiscale, un provvedimento amministrativo. La preoccupazione di chi sente che la propria vita può cambiare radicalmente per effetto di atti e decisioni altrui.
Eppure ai cittadini viene chiesto continuamente di fidarsi.
Ci fidiamo quando apriamo la porta a un carabiniere in divisa. Ci fidiamo di medici, insegnanti, magistrati, assistenti sociali, funzionari pubblici. Non perché immaginiamo esseri perfetti ma perché crediamo nella funzione delle istituzioni e nella necessità della loro esistenza.
Per questo il comunicato ANM è interessante. Perché, forse involontariamente, mostra che anche chi esercita il potere giudiziario prova disagio quando percepisce l’ingresso di un controllo esterno dentro il proprio spazio operativo.
Attenzione: l’indipendenza della magistratura è un pilastro costituzionale. Senza indipendenza non esiste giurisdizione libera. Ma indipendenza non può significare impermeabilità psicologica, culturale o organizzativa rispetto a qualsiasi verifica.
Anzi: proprio quanto più un potere è forte e incisivo sulla vita delle persone, tanto più dovrebbe accettare con serenità controlli, ispezioni, verifiche e trasparenza.

Perché il potere giudiziario non incide su astrazioni. Incide su famiglie, figli, lavoro, imprese, patrimoni, reputazioni, libertà personali, rapporti affettivi. Talvolta decide chi deve vedere un figlio e chi no. Chi perde un’azienda. Chi viene arrestato. Chi resta socialmente marchiato anche senza una condanna definitiva.
Ed è qui che emerge il nodo culturale.
Per anni moltissimi cittadini hanno avuto la sensazione che dentro alcuni ambienti giudiziari esistesse una sorta di “sovranità territoriale”: fascicoli difficili da consultare, procedure percepite come nebulose, decisioni vissute come insindacabili nella pratica molto più che nel diritto, enormi asimmetrie tra il singolo individuo e l’apparato.
Quando queste percezioni vengono espresse pubblicamente, spesso si risponde evocando il rischio di delegittimazione della magistratura. Ma la vera domanda democratica è un’altra: può esistere fiducia autentica senza possibilità di controllo?
Perché la fiducia cieca appartiene ai sistemi autoritari. Le democrazie mature, invece, si fondano su un equilibrio delicatissimo: indipendenza dei poteri ma anche responsabilità, verificabilità e trasparenza.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della vicenda dell’Aquila: vedere affiorare, anche dentro la magistratura, quella stessa inquietudine che i cittadini provano da sempre quando comprendono che qualcun altro ha un potere enorme sulla loro vita.
Forse non è un attacco alla magistratura. Forse è l’occasione, finalmente, per una riflessione adulta sul rapporto tra autorità e controllo democratico. Perché le istituzioni non si indeboliscono quando vengono controllate. Si indeboliscono quando pretendono di esserlo mai.