Il fisco bussa sul conto corrente

Nel 2026 l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha in programma fino a 120mila pignoramenti bancari.

C’è un momento preciso in cui il rapporto tra un contribuente e il fisco smette di essere una questione di carte e diventa una questione di soldi bloccati. Accade quando i solleciti restano senza risposta, quando il debito si accumula e l’Agenzia delle Entrate-Riscossione decide che è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Lo strumento che fa più paura, tra quelli a disposizione dell’amministrazione finanziaria, è il pignoramento del conto corrente: rapido, chirurgico, capace di azzerare la liquidità di un’azienda o di una famiglia nel giro di pochissimo tempo.

Quest’anno la macchina si è messa in moto con una intensità senza precedenti. Il piano prevede tra i 100mila e i 120mila procedimenti esecutivi entro dicembre, con un approccio tutt’altro che casuale. Nel mirino non ci sono i piccoli contribuenti con qualche bolletta arretrata, ma i cosiddetti grandi debitori: società, professionisti e privati con esposizioni finanziarie rilevanti e posizioni debitorie di peso. Anche la geografia dell’operazione è precisa: circa la metà dei provvedimenti si concentrerà in Lombardia, Lazio e Campania, le tre regioni in cui si addensa la maggior parte della ricchezza e dei debiti del Paese.

Il meccanismo è più diretto di quanto molti immaginino. Non è necessario passare da un tribunale, non serve l’autorizzazione di un giudice. L’Agenzia notifica direttamente alla banca l’ordine di vincolare le somme depositate sul conto, fino a copertura dell’importo dovuto. Da quel momento il correntista non può più toccare quei soldi, fatta eccezione per le soglie minime di sussistenza che la legge garantisce a tutela della persona. Si apre poi una finestra di sessanta giorni: un periodo in cui il denaro rimane congelato in attesa che qualcosa cambi. Se non succede nulla, alla scadenza la banca trasferisce le somme direttamente allo Stato, senza ulteriori passaggi.

Per chi si trova in questa situazione esistono solo due uscite. La prima è saldare l’intero debito in un’unica soluzione, il che chiude la procedura immediatamente e restituisce piena disponibilità del conto. La seconda, percorsa dalla maggioranza di chi non può permettersi la prima, è chiedere una rateizzazione. Ma anche qui le cose si complicano a seconda dell’entità del debito. Fino a 120mila euro il piano di pagamento viene concesso quasi in automatico, senza dover dimostrare granché. Oltre quella soglia, invece, le regole cambiano radicalmente: il contribuente è tenuto a presentare una documentazione patrimoniale ed economica dettagliata, capace di provare in modo oggettivo l’impossibilità di pagare tutto in una volta. Solo dopo un’istruttoria approfondita il fisco decide se concedere la dilazione o meno. Un percorso più lungo, più incerto e decisamente meno comodo proprio nel momento in cui il tempo è la cosa che manca di più.