Due cronisti del quotidiano Domani rischiano fino a 9 anni di carcere per aver pubblicato inchieste (verificate) su un ministro. Un terzo collega verso l’archiviazione.
Roma – Tutto nasce da un articolo. Anzi, da una serie di articoli pubblicati tra il 27 e il 29 ottobre 2022 dal quotidiano Domani. Inchieste firmate da Giovanni Tizian e Stefano Vergine sui compensi milionari che l’industria degli armamenti, in particolare Leonardo ed Elettronica Spa, aveva versato a Guido Crosetto negli anni precedenti al suo insediamento come ministro della Difesa. Notizie vere, verificate, di evidente interesse pubblico. Eppure da quelle pagine è nato un procedimento giudiziario che oggi mette sotto processo chi le ha scritte.
Anziché rispondere nel merito delle notizie pubblicate, Crosetto ha presentato un esposto alla Procura di Roma chiedendo di risalire alla fonte da cui provenivano quelle informazioni. Le indagini hanno portato a identificare nell’ex finanziere Pasquale Striano, in servizio presso la Direzione Nazionale Antimafia, l’uomo che avrebbe effettuato centinaia di accessi, considerati non autorizzati, alle banche dati riservate dello Stato, tra cui Serpico, Sidda e Sidna. Con lui è indagato anche l’ex sostituto procuratore della DNA Antonio Laudati, suo superiore e coordinatore del Gruppo SOS (Segnalazioni Operazioni Sospette).
L’inchiesta ha avuto un percorso tortuoso: avviata a Perugia, come da prassi per i procedimenti che coinvolgono magistrati romani, è tornata nella Capitale nel febbraio 2025 a seguito di una pronuncia della Cassazione. Lo scorso novembre è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini; a maggio 2026 la richiesta di rinvio a giudizio per Striano e Laudati, con Tizian e Vergine trascinati nella stessa aula.
Per il Pm e il procuratore aggiunto De Falco, i due cronisti di Domani non sarebbero semplici destinatari di informazioni, ma avrebbero avuto un ruolo attivo: li definiscono “istigatori” delle condotte di Striano, inseriti in un “medesimo disegno criminoso”. La collaborazione tra Striano e Tizian risalirebbe, secondo la Procura, addirittura al 2012. I reati contestati sono rivelazione di segreto e concorso in accesso abusivo a sistemi informatici, con una pena che potrebbe arrivare fino a 9 anni.
Diversa la sorte del terzo giornalista coinvolto, Nello Trocchia: il suo fascicolo è stato stralciato dall’indagine principale e va verso l’archiviazione. Secondo quanto emerso, avrebbe ricevuto soltanto cinque file relativi a un boss della criminalità organizzata, senza che risultino accessi abusivi a persone estranee alle indagini antimafia.
L’intera vicenda è stata raccontata per mesi, da una parte della stampa e da esponenti del governo, come il “caso dossieraggio”. Una definizione potente, evocativa, ma che non trova riscontro negli atti giudiziari. La stessa Procura, attraverso una nota Ansa, ha escluso l’esistenza di dossier costruiti per ricattare qualcuno: si tratta, nella ricostruzione degli inquirenti, di accessi abusivi a banche dati finalizzati a fornire materiale per articoli di stampa, non di una centrale dello spionaggio politico.
I giornalisti di Domani, dal canto loro, hanno sempre sostenuto di aver semplicemente fatto il loro lavoro: ricevere informazioni da una fonte, verificarle e pubblicarle perché vere e di interesse pubblico. “Sul fatto che le informazioni siano state ottenute in modo illegale non ne dobbiamo rispondere noi”, ha dichiarato Trocchia. “Noi abbiamo due obblighi: tutelare le fonti e verificare le notizie, pubblicandole se vere”.
Tizian e Vergine hanno firmato alcune delle inchieste più significative degli ultimi anni: dai 49 milioni della Lega all’hotel Metropol di Mosca, passando per i rapporti tra politica e industria delle armi. Ora rischiano il processo per aver ricevuto documenti da una fonte.
Il punto più inquietante non riguarda soltanto loro. Se la caccia alle fonti giornalistiche diventa prassi, con sequestri, intercettazioni e rinvii a giudizio, chiunque sia in possesso di informazioni scomode per il potere ci penserà due volte prima di affidarle a un cronista. E con lui, ci penserà anche il cronista prima di chiederle. È questo il silenzio che certi processi, al di là dell’esito, rischiano di produrre.