Il potere d’acquisto dei redditi è inferiore a quello del 2007. Detto in maniera brutale: l’indigenza dilaga a macchia d’olio. E scarseggiano i provvedimenti concreti.
I figli? Future vittime dell’indigenza. Le difficoltà delle famiglie italiane per mettere al mondo figli sono molto elevate, a causa degli stipendi bassi e degli esosi costi degli affitti e dell’acquisto di immobili. Condizioni che rendono improbabile mettere su famiglia. Gli ultimi dati ISTAT hanno rilevato una lieve crescita del reddito medio delle famiglie italiane, combinata al calo di chi ha lavorato meno di quanto avrebbe desiderato.
Tuttavia guardando il fenomeno nella sua complessità senza fermarsi al particolare, i nodi vengono al pettine. Il potere d’acquisto dei redditi, infatti è, addirittura, inferiore a quello del 2007. Detto in modo brutale: siamo più poveri. Sono in aumento i lavoratori che pur percependo un reddito riducono qualche pasto, non per scelta ma per necessità e devono fare i salti mortali per rispettare tutte le incombenze quotidiane.
Ciò che è preoccupante è l’impatto dell’indigenza sulle famiglie con figli, che è aumentata col loro numero. La situazione è ancora più grave con minori monogenitoriali in quanto un solo salario non basta a coprire tutte le esigenze. Condizioni avvertite maggiormente dalle mamme single a causa del gender pay gap, il divario salariale di genere.
Gli esperti ritengono che esistono alcune misure di supporto sociale che possono essere efficaci, tra cui: 1) disponibilità di strutture idonee come asili nido 2) accessibilità ai servizi di trasporto e alla flessibilità oraria del lavoro 3) sostenibilità finanziaria dei servizi per l’infanzia e scolastici (scuole, doposcuola, colonie estive), intendendo le rette degli asili nido e/o delle mense. Queste tre “Signore dell’ausilio” recitano un ruolo significativo perché danno un aiuto concreto alle famiglie in termini di risorse monetarie, contribuendo a diminuire il rischio di cadere nelle sacche della povertà. In che modo il governo Meloni è intervenuto su questo fenomeno?
Gli interventi varati non pare abbiano inciso granché. E’ vero che le famiglie con 3 o più figli hanno visto crescere il bonus loro destinato, ma la percentuale è composta da un numero modesto. Inoltre l’ “Assegno unico” con importi rivalutati dell’1,4 in base all’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), uno strumento per valutare la condizione economica delle famiglie.

Calcola redditi, patrimoni (mobiliari/immobiliari) e composizione del nucleo familiare, necessario per accedere a bonus, agevolazioni e servizi sociali ridotti. Ma sono provvedimenti tampone che non intaccano in profondità e strutturalmente il problema della povertà. Secondo gli esperti l’efficacia dei provvedimenti deve essere duratura nel tempo e non variabile e cangiante ogni anno. E’ necessario scegliere misure mirate e investire su quelle.
Le 3 Signore di cui sopra potrebbero essere accompagnate, durante il loro tragitto, da “investimenti per l’occupazione femminile”, soprattutto nel Sud del Paese. Inoltre sostegno ai salari delle donne dotate di bassa o media istruzione che, spesso, rifiutano il lavoro a causa di paghe irrisorie. Il salario minimo è un provvedimento che potrebbe evitare casi di questo tipo. Infine non può non essere prioritaria la povertà dei minori figli di migranti da mitigare con adeguate politiche educative e scolastiche.
Anche perché, essendo in aumento, saranno gli adulti del domani. E’ necessario tenerne conto per evitare futuri conflitti sociali, considerando che il rischio di indigenza è di oltre il 20% in più dei loro coetanei italiani. A buon intenditor…