La vita spezzata di Giorgiana Masi

Diciotto anni, un fidanzato e nessuna intenzione di diventare storia: il 12 maggio 1977 è finita nel cuore di una città in guerra con sé stessa.

Roma – La Capitale nel maggio del 1977 non è una città, è una ferita aperta. Da settimane i muri parlano con la vernice, le strade si chiudono e si riaprono secondo logiche che i cittadini comuni non riescono a decifrare, i giornali escono con titoli che sembrano comunicati di guerra. L’Italia è stretta in un decennio che non le lascia respiro: la violenza politica non è più un’eccezione, è diventata il ritmo di fondo sotto cui scorrono le giornate normali.

A sinistra e a destra i gruppi extraparlamentari si fronteggiano, in mezzo ci sono le forze dell’ordine e al centro di tutto ci sono i cittadini, quelli che non scelgono di stare da nessuna parte, che vanno al lavoro e tornano a casa, cercando di non inciampare in ciò che non li riguarda.

Il 21 aprile, appena tre settimane prima dell’omicidio di Giorgiana Masi, un agente di polizia, Settimio Passamonti, è stato ucciso durante gli scontri all’università. La città ha trattenuto il fiato. Il ministro dell’interno Francesco Cossiga ha risposto con un provvedimento eccezionale: nessuna manifestazione pubblica è consentita a Roma fino al 31 maggio. Nemmeno quelle pacifiche. Nemmeno quelle dei partiti con regolare rappresentanza parlamentare. La misura è draconiana, contestata, ma viene applicata.

Il Partito Radicale di Marco Pannella decide di non rispettare il divieto. Il 12 maggio è il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio e i radicali vogliono anche raccogliere firme per altri referendum in programma. Pannella ha avvertito: disobbedire a ordini ingiusti è un dovere, non un reato. Cossiga lo ha avvertito a sua volta: non fatelo, ci saranno scontri, scorrerà del sangue. Ognuno rimane fermo nella sua posizione. La città, nel mezzo, aspetta.

Marco Pannella

Giorgiana abita in via Trionfale, zona nord di Roma, in un appartamento che sa di vita ordinaria: suo padre fa il parrucchiere, sua madre è casalinga, ha una sorella più grande. Frequenta il quinto anno del liceo scientifico statale Louis Pasteur: è l’anno della maturità, quello in cui il futuro smette di essere un’idea vaga e comincia a prendere forma. In classe con lei c’è una certa Federica Sciarelli, che diventerà giornalista. Giorgiana non sa ancora cosa diventerà.

Ha diciotto anni, li ha compiuti il 6 agosto dell’anno prima, e al suo fianco c’è Gianfranco. Quel maledetto giorno lei e Gianfranco sono insieme, come spesso accade. Giorgiana ha detto ai suoi che andrà a piazza Navona a firmare per i referendum. Ha detto anche che starà attenta, che non si farà coinvolgere. Lo ha detto con la tranquillità di chi conosce sé stesso abbastanza da crederci. Sua madre e suo padre la lasciano andare.

Prima di uscire, prepara un panino. Lo mette nella borsa. È un gesto talmente banale da non meritare attenzione, eppure quel panino, ritrovato intatto ore dopo, diventerà il dettaglio più straziante di tutta la storia. Giorgiana non ha fatto in tempo a consumare quel pasto fugace.

Quando Giorgiana e Gianfranco arrivano in centro, la situazione è già compromessa. Fin dal primo pomeriggio i carabinieri hanno smontato le attrezzature per lo spettacolo preparato in piazza Navona; esponenti radicali si sono sdraiati sugli amplificatori per bloccarli e sono stati trascinati via. Un cerchio di scudi e manganelli ha chiuso la piazza: entra solo chi ci abita, gridano gli agenti. Giornalisti respinti, insultati, in qualche caso picchiati. Un fotografo pestato dalla Celere. Lacrimogeni sparati ad altezza uomo contro gruppetti fermi sui marciapiedi.

Gli aspri scontri fra estremisti e celerini

Giorgiana non è lì per fare la rivoluzione. Vuole firmare un foglio e godersi il sole. Ma la città non la lascia passare, non la lascia arrivare a piazza Navona. Lei e Gianfranco girano, cercano varchi, si spostano, osservano. Intorno a loro la giornata si deteriora lentamente, prima all’improvviso, poi senza più freni.

Dal primo pomeriggio ci sono agenti in borghese mescolati ai dimostranti. È una pratica nota, un’infiltrazione che quella sera verrà fotografata e documentata: uno di loro, Giovanni Santone, sarà riconosciuto negli scatti dei fotoreporter: maglietta bianca a strisce nere, tascapane da autonomo, una pistola visibile. Cossiga in un primo momento nega la presenza di poliziotti in abiti civili; poi, davanti alle prove fotografiche, ammette: erano lì per segnalare reati, non per intervenire. Nel frattempo, da piazza della Cancelleria, gli scontri si spostano verso il Tevere.

Giovanni Santone

Verso le diciannove, alcuni parlamentari mediano con le forze dell’ordine per consentire ai dimostranti di evacuare verso Trastevere. Ma il consenso è solo apparente. Da quel momento in poi la situazione peggiora.

Su Ponte Garibaldi i manifestanti alzano una barricata, la cospargono di benzina. Mentre la polizia cerca di sgomberarla, un giovane carabiniere viene ferito da un colpo di pistola sparato dalla barricata dei dimostranti. La scena è caotica, la gente corre, i fumogeni coprono tutto di una nebbia acre.

Giorgiana e Gianfranco sono in piazza Giuseppe Gioachino Belli, a ridosso del ponte, mentre la folla fugge verso Trastevere. Non stanno combattendo. Stanno scappando, come tutti gli altri che non avevano nulla a che fare con quanto sta succedendo sotto i loro occhi, ma si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. È in questa fuga che un proiettile calibro 22 raggiunge Giorgiana alla schiena.

Il punto in cui il proiettile ha raggiunto Giorgiana

Chi la vede cadere pensa che abbia inciampato. È quello il dettaglio che più racconta la violenza silenziosa di certe morti: non c’è scena, non c’è dramma visibile, c’è solo una ragazza che un secondo prima cammina e un secondo dopo è riversa a terra. Qualcuno si avvicina. Qualcuno ferma un’automobile. La caricano e la portano al Nuovo Regina Margherita. Alle 20:30, i medici constatano il decesso. Il proiettile l’ha attraversata da parte a parte.

Nello stesso frangente vengono ferite altre due persone: Elena Ascione, 32 anni, colpita a una gamba e un giovane, Francesco Lacanale. A tarda sera vari testimoni dichiarano che i colpi sono arrivati dal lato dove si trovavano poliziotti e carabinieri, ma anche agenti in borghese. “Le armi in dotazione ai reparti non hanno sparato“, recita la versione ufficiale.

L’inchiesta dura quattro anni. Il 9 maggio 1981 il giudice istruttore Claudio D’Angelo la chiude: impossibilità a procedere perché i responsabili rimangono ignoti. Nelle carte del processo compare la figura di “mistificatori e provocatori estranei sia alle forze dell’ordine sia alle tradizioni del Partito Radicale”, una formula che dice tutto e non dice niente, che individua una zona oscura senza nominarla.

Nel 1998 le indagini vengono riaperte. Una vecchia pistola arrugginita, una Beretta Serie 70, viene ritrovata casualmente nell’intercapedine di un bagno del rettorato della Sapienza durante le indagini per un altro caso, quello di Marta Russo. La pistola potrebbe risalire agli anni Settanta. Le perizie balistiche non danno esito certo. I nomi fatti nel corso degli anni, compreso quello di un militante dell’Autonomia Operaia morto nel 197 e quello di un neofascista che nel 1977 non poteva essere a Roma, non reggono agli accertamenti. La verità scivola via da ogni mano che prova a trattenerla.

In piazza Sonnino, a Roma, ogni anno il 12 maggio si depongono fiori. La commemorazione è discreta, fedele, ostinata. Giorgiana Masi è diventata simbolo di qualcosa di più grande di lei, delle ingiustizie, degli anni di piombo, della violenza di Stato o della violenza tout court, a seconda di chi parla. Ma prima di essere simbolo era una ragazza. Aveva una famiglia, un fidanzato e un esame di maturità da sostenere. Aveva un panino nella borsa che non ha mai consumato.

L’omicidio è ancora irrisolto. Nessuno ha mai risposto di quel proiettile, né della vita di Giorgiana.