Una gita fuori porta, una madre che svanisce nel silenzio e un castello di bugie crollato sotto il peso delle contraddizioni.
Ascoli Piceno – È il 18 aprile 2011, un lunedì di Pasqua alle porte. L’aria sul Pianoro di Colle San Marco, in provincia di Ascoli Piceno, taglia ancora come a gennaio. Siamo a quasi settecento metri di altitudine e, nonostante il calendario dica primavera, chi si avventura lassù lo fa vestito di conseguenza.
Eppure c’è un uomo che cammina in maglietta a maniche corte e pantaloncini corti. Tiene in braccio una bambina di 18 mesi e ha l’aria di chi sta cercando disperatamente qualcosa. O qualcuno.
Quell’uomo si chiama Salvatore Parolisi. Ha 33 anni, è un caporal maggiore del 235° Reggimento Piceno, esperto di topografia, quello che nella vita di caserma significa saper leggere un territorio meglio di chiunque altro, pianificare percorsi e valutare il terreno. Conosce quella zona come le sue tasche, ci ha fatto esercitazioni decine di volte.
Entra nel chiosco “Il Cacciatore”, un locale sul pianoro. Dentro c’è calore, c’è gente. Lui invece sembra fuori posto: va e viene dal bagno, si agita, chiede alle persone presenti se abbiano visto una donna. La sua donna. Sua moglie Melania, Carmela Rea all’anagrafe, che aveva detto di dover andare al bagno ed è sparita da più di quaranta minuti. Gli aveva anche chiesto di portargli un caffè al ritorno.

Giovanna, la moglie del proprietario, tenta di calmarlo. Quaranta minuti non sono un’eternità: magari si è fermata a chiacchierare, magari è entrata in un altro locale. Ma Parolisi non sente ragioni. Ripete ossessivamente le stesse parole: l’hanno rapita, me l’hanno ammazzata. Giovanna ci trova qualcosa di stonato in quella disperazione immediata, in quella certezza di catastrofe che non lascia spazio ad alcuna speranza intermedia.
Provano a cercarla insieme per quasi un’ora, nei dintorni del chiosco. Niente. A quel punto Giovanna capisce che bisogna chiamare i carabinieri. Glielo dice a Parolisi. Lui risponde che li chiami lei, poi scompare di nuovo nel bagno.
Quando i carabinieri arrivano sul posto, iniziano a fare domande di routine. Ma già nelle prime risposte qualcosa scricchiola. Parolisi ha chiamato Melania pochissime volte da quando è scomparsa e per pochi secondi ogni volta. Non ha contattato nessun ospedale della zona, ipotesi che a qualsiasi persona verrebbe spontanea dopo una sparizione, ed è già convinto, dopo soli quaranta minuti, che sua moglie sia morta. Gli inquirenti non hanno mai visto niente di simile: la paura di chi perde una persona cara cresce gradualmente, si aggrappa alle spiegazioni più banali prima di arrendersi alle peggiori. Lui invece è già all’ultimo capitolo.
Parla di Melania al passato. Dettaglio piccolo ma devastante.

Quando gli chiedono di descrivere la zona, dice di non conoscerla bene. Lui, il topografo del reggimento. Lui, che quella stessa area la frequentava con i colleghi militari da anni e che, per sua stessa ammissione, ci era stato appena dieci giorni prima.
Nel frattempo arrivano l’amico Raffaele Paciolla, agente di polizia penitenziaria, e sua moglie. Prendono in cura la bambina, che ha fame e piange. La moglie di Paciolla chiede a Parolisi le chiavi della macchina per prendere la borsa del cambio. Aprono il bagagliaio. La borsa non c’è. Ci sono uno zaino militare, un trolley nero e un grosso sacco di plastica con dentro una coperta. Ma della borsa della piccola, nessuna traccia.
Sonia Viviani, l’amica di Melania che doveva incontrarla quel pomeriggio per andare insieme a un battesimo, rimane senza parole. Lei Melania la conosce bene. Sa che non sarebbe mai uscita di casa senza il necessario per la figlia, soprattutto in una zona lontana dalla città. Mancano il ciuccio, la borraccia col becco, il cambio. E Vittoria indossa soltanto un gilet smanicato a settecento metri di quota.
Melania è una madre quasi maniacale nell’attenzione. Tutto questo non torna.
Le ricerche vanno avanti tutta la notte. I soccorritori con le unità cinofile pettinano la zona. Il cane molecolare Piergiorgio annusa gli oggetti di Melania, un lucidalabbra, un mascara, le chiavi di casa, e parte deciso lungo una strada asfaltata, supera il parchetto delle altalene, corre fino a un monumento. Poi si ferma. Perde la traccia.
Quella notte, quando Parolisi torna a casa, il fratello di Melania lo vede trascinare dal bagagliaio fino dentro l’appartamento il trolley nero. Lo stesso trolley che poi sparirà nel nulla e che lui negherà di aver mai avuto in macchina. E all’alba, quando i familiari di Melania se ne vanno, i vicini sentono la lavatrice accendersi.
L’indomani mattina Parolisi è un altro uomo. Chi lo incontra lo descrive come calmo, lucido, padrone di sé. Torna al chiosco per restituire a Giovanna una felpa e dei pantaloni che lei gli aveva prestato il giorno prima per ripararsi dal freddo. Si scusa per non averli lavati. Giovanna gli dice di non preoccuparsi. Nessuno dei due parla della lavatrice in funzione all’alba.

Quello stesso giorno, alle 11.21, Parolisi tira fuori un telefono. Non il suo solito, ne ha un altro, segreto. Compone un numero. È quello della sua amante.
Ludovica ha ventisette anni, è una soldatessa, era una sua allieva. Bionda, occhi azzurri, appassionata di armi, tutto il contrario di Melania. Parolisi l’ha conosciuta nel 2009 e se n’è invaghito all’istante. Mentre Melania era incinta di Vittoria e trascorreva la gravidanza a casa dei suoi genitori a Somma Vesuviana, lui affittava un monolocale con Ludovica. Si sentivano otto volte al giorno, si scambiavano messaggi in continuazione su un profilo Facebook falso che Parolisi aveva creato apposta, con il nome di Vecio Alpino.
Da mesi Ludovica gli chiedeva di lasciare Melania. Da mesi lui prometteva e non manteneva. Esattamente un mese prima della scomparsa, a metà marzo, lei gli aveva scritto messaggi al vetriolo: sei l’ennesimo fallimento, il peggiore di tutti, stavolta non torno indietro. Lui rispondeva con parole melliflue, le prometteva che mancava poco, che aveva preso accordi con Melania, che si sarebbero coronati i loro sogni. Le aveva anche promesso di andare ad Amalfi a conoscere la sua famiglia.
Invece il 19 aprile, il giorno dopo la scomparsa di Melania, Parolisi chiama Ludovica da quel telefono segreto. Le racconta tutto. Lei esplode di rabbia: l’ennesima scusa per non stare con lei. Lui, freddo, le ordina di cancellare tutto. Tutte le chat di Facebook, tutte le conversazioni. Di non dire agli inquirenti che lui voleva lasciare Melania. Di eliminare le foto, le tracce, la sua stessa presenza nella vita della giovane soldatessa.
Le cimici piazzate dagli investigatori registrano ogni parola.
Il 20 aprile, alle 14.48, squilla il centralino del 112. Un anonimo segnala di aver trovato qualcosa nei boschi di Ripe di Civitella, in provincia di Teramo. Dietro a un chiosco della pineta. C’è un corpo per terra, dice, e poi riaggancia.
Le autorità trovano Melania Rea sdraiata sul dorso tra gli alberi. Il suo corpo racconta una storia di violenza feroce e lucida allo stesso tempo: trentacinque coltellate, ferite di difesa sulle braccia, una morte lenta per dissanguamento. Qualcuno ha sollevato la sua maglia, abbassato i collant. Sul petto c’è una siringa conficcata. Sul petto è incisa una X. Sulla coscia sinistra, una svastica.
Il medico legale stabilirà che alcune di queste mutilazioni sono state inferte dopo la morte, in un secondo momento, come se l’assassino fosse tornato sul corpo per completare la messa in scena. Quella svastica, quella siringa, il chiosco dietro cui è stato lasciato il cadavere, un posto frequentato da nostalgici del ventennio, sembrano un messaggio scritto da qualcuno che voleva che gli inquirenti guardassero altrove.
Non ci riuscirà.
Le celle telefoniche agganciate dal cellulare di Melania nelle ore cruciali del 18 aprile non corrispondono a Colle San Marco. Lei lì non c’è mai arrivata. L’intera scolaresca che quel pomeriggio si trovava al parchetto delle altalene, con tanto di fotografie, non vede né Melania, né Parolisi, né tantomeno la bambina. Trentasette testimoni interrogati: nessuno ricorda di averli visti.
Parolisi prova a spiegare. Dice che due settimane prima lui e Melania erano andati insieme proprio nel posto in cui è stato trovato il corpo per cercare un tronco per la cuccagna di Pasqua e che lì, con la bambina che dormiva in macchina e tre gradi e la neve per terra, erano stati presi da un impeto di passione e avevano fatto l’amore. Lo ripete più volte, anche in televisione. Gli inquirenti verificano: c’era la neve. Ma Melania si era appena operata all’ernia inguinale. Era impossibile.
Lui va avanti con la farsa. Perché quella storia serve a giustificare le sue tracce biologiche sulla scena del crimine.
Il DNA di Parolisi viene trovato sulle labbra e sull’arcata dentaria di Melania. Il trolley nero non viene mai ritrovato. Della lavatrice non c’è traccia: è già stata rottamata dal fratello. Nell’auto ci sono macchie ripulite che non è più possibile analizzare.
Il 14 luglio 2011 Salvatore Parolisi viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato. In primo grado viene condannato all’ergastolo. In appello la pena scende a trent’anni. La Cassazione, nel 2016, la fissa definitivamente a vent’anni.
Vittoria, la figlia, cresce a Somma Vesuviana con i nonni materni e lo zio Michele. Ha cambiato cognome: non si chiama più Parolisi. Si chiama Vittoria Rea, come sua madre.
Parolisi, dal carcere di Bollate, continua a dichiararsi innocente. In un’intervista concessa durante un permesso premio, permesso poi revocato dopo la messa in onda, spiega di aver tradito Melania perché lei se ne andava spesso dalla mamma e lui si sentiva solo. Dice che i giudici hanno sbagliato. Che se fosse stato davvero lui a commettere il delitto, gli avrebbero dovuto dare l’ergastolo.
Michele Rea, il fratello di Melania, lo ascolta e trova le parole che forse descrivono meglio di qualunque atto processuale chi sia davvero quell’uomo: non è recuperabile una persona che ancora oggi parla delle donne come se le possedesse. “Mia sorella non tornerà. E quel conto, con sua figlia, rimarrà aperto per sempre”.