Nel giorno in cui l’Italia istituisce una ricorrenza nazionale in memoria dei cronisti caduti, i dati internazionali raccontano un’emergenza globale sempre più grave.
Il numero che apre questa giornata è difficile da ignorare: nel 2025, centoventotto giornalisti hanno perso la vita mentre facevano il loro lavoro. Nei primi mesi del 2026, altri nove si sono aggiunti a quella lista. È in questo contesto che il 3 maggio assume quest’anno un significato doppio: oltre alla Giornata mondiale della libertà di stampa, ricorre per la prima volta la Giornata nazionale italiana in memoria dei giornalisti uccisi nell’esercizio della professione, voluta dal Senato con un voto unanime il 29 aprile scorso.
I dati raccolti dall’Unesco nel suo secondo rapporto sulle tendenze mondiali della libertà di espressione tracciano un quadro che va ben oltre le singole vittime. Dal 2012 a oggi la libertà di espressione ha subito una contrazione del dieci per cento a livello globale, una percentuale che gli analisti paragonano ai periodi più cupi del secolo scorso. Sul campo, le conseguenze sono concrete e brutali: in Ucraina, Gaza, Libano e Sudan, indossare un giubbotto con la scritta “press” non garantisce più alcuna protezione. In alcuni contesti, è addirittura diventato un bersaglio.
La Croce Rossa Italiana lo ha vissuto direttamente pochi giorni fa in Libano. Dopo un bombardamento, i soccorritori sono riusciti a raggiungere e mettere in salvo una delle due giornaliste coinvolte, Zeinab Faraj, ferita alla testa e a una gamba. Per la sua collega Amal Khalil non c’è stato nulla da fare: il suo corpo è stato recuperato il giorno successivo tra le macerie, dopo che nuovi attacchi avevano impedito ai soccorritori di tornare sul posto.
Ma le minacce alla stampa libera si moltiplicano anche lontano dalle zone di guerra, assumendo forme meno visibili e non per questo meno pericolose. L’ultimo rapporto della Federazione Internazionale dei Giornalisti sulla sorveglianza globale, pubblicato il 28 aprile, descrive un sistema di controllo sistematico che va dalle classiche email di phishing fino agli spyware di livello statale, capaci di compromettere identità, comunicazioni e soprattutto l’identità delle fonti, spesso senza che esista alcun argine normativo adeguato. A questo si aggiunge la pressione crescente dell’intelligenza artificiale: disinformazione prodotta su scala industriale, contenuti generati automaticamente che non rispondono ad alcun codice etico e un utilizzo massiccio del lavoro giornalistico da parte delle piattaforme digitali, quasi sempre senza accordi né compensi.
Sul fronte istituzionale, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Kaja Kallas ha parlato senza mezzi termini, definendo il 2025 l’anno più letale mai documentato per i professionisti dell’informazione e ribadendo che il diritto internazionale non lascia spazio ad ambiguità: i giornalisti devono essere protetti in ogni circostanza, nelle redazioni come nelle zone di conflitto. Kallas ha inoltre puntato il dito contro le intimidazioni digitali e le cause legali usate come strumento di pressione, chiedendo ai governi di costruire sistemi normativi più solidi. In Italia, il ministro Guido Crosetto ha parlato di “dovere morale” nel ricordare chi ha pagato con la vita il mestiere di raccontare la realtà, mentre il ministro Adolfo Urso ha reso omaggio pubblicamente a chi ha scelto il coraggio della verità.
Eppure, non mancano le voci critiche. La segretaria generale della Federazione nazionale della Stampa italiana Alessandra Costante ha colto l’occasione per ricordare al Parlamento che i giornalisti in vita attendono ancora risposte su temi urgenti: equo compenso, abolizione del carcere per diffamazione, norme efficaci contro le querele temerarie usate per intimidire. Il presidente Fnsi Vittorio di Trapani è andato oltre, mettendo in discussione persino la scelta della data: celebrare i cronisti morti rischia di diventare un modo per non dover rispondere alle difficoltà di quelli vivi.