Appello del Presidente Yassine Baradai contro l’islamofobia e per il riconoscimento dei diritti religiosi.
In occasione della Festa dei Lavoratori, il Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia Yassine Baradai indirizza una lettera aperta alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica, e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì.
Alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia,
alle Parti Sociali, alle Istituzioni
e al mondo imprenditoriale del Paese
in occasione della Festa dei Lavoratori, desidero rivolgere a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori d’Italia l’augurio sincero dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. Il 1° Maggio è una ricorrenza che attraversa culture, fedi e tradizioni e ricorda un principio universale: la dignità del lavoro come fondamento della dignità della persona.
Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il Profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: «date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi». Sono parole di quattordici secoli fa che oggi parlano di puntualità retributiva, giustizia contrattuale e rispetto della persona — gli stessi principi che animano la storia del movimento sindacale e del costituzionalismo del lavoro italiano.
C’è ancora molta strada da fare. Accanto alla celebrazione, sento il dovere di un richiamo onesto: per moltissime lavoratrici e lavoratori musulmani d’Italia il pieno godimento dei diritti del lavoro resta una conquista incompiuta.
Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute «innocenti» che diventano ambiente ostile. A pagare il prezzo più alto sono le donne, in particolare quelle che indossano il velo: respinte ai colloqui, costrette a scegliere tra la propria identità e un contratto, relegate ai margini del mercato del lavoro pur avendo titoli, competenze e diritto pieno di cittadinanza. Un’Italia che spreca questi talenti è un’Italia che impoverisce sé stessa.
Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’articolo 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta.
Le due feste canoniche dell’Islam — l’ʿĪd al-Fiṭr, al termine del Ramadan, e l’ʿĪd al-Aḍḥā, la Festa del Sacrificio — sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro semplicemente negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei.
La preghiera del venerdì (Ṣalāt al-Jumuʿa) è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di quaranta minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli, un istituto giuridico ben noto al diritto antidiscriminatorio europeo.
A questi nodi si aggiungono questioni quotidiane troppo a lungo rimosse: la disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali, luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana, il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno, la tutela contro le molestie a sfondo religioso — fenomeno ancora largamente sommerso e sotto-denunciato.
L’UCOII non chiede privilegi. Chiede l’applicazione piena della Costituzione, della normativa antidiscriminazione (Direttiva 2000/78/CE, D.lgs. 216/2003) e dei principi più antichi del lavoro: nessuno deve essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro.
Per questo, in occasione del 1° Maggio, rinnovo a nome dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia la nostra disponibilità a un dialogo strutturato con le parti sociali, con le istituzioni e con il mondo imprenditoriale italiano, perché i diritti dei lavoratori musulmani siano riconosciuti non come eccezione, ma come parte naturale di un mercato del lavoro inclusivo, moderno e davvero europeo.
Onorare il lavoro significa onorare chi lo svolge, in tutta la sua umanità: con la sua storia, la sua famiglia, la sua fede. L’Italia che vogliamo costruire insieme è un Paese in cui nessuna lavoratrice debba togliere il velo per essere assunta, nessun lavoratore debba nascondere di essere musulmano per fare carriera, e nessuno debba mentire sul motivo per cui chiede un giorno di ferie per il ʿĪd. È un’Italia possibile. È un’Italia giusta. E parte da oggi, da questo 1° Maggio.
Con i più sinceri auguri di Buon 1° Maggio.
Yassine Baradai
Presidente U.CO.I.I.