Anche per procreare occorre fare la fila

Il SSN ha tempi di attesa biblici e le donne che non possono avere figli rinunciano. Quelle più determinate si rivolgono ai privati dai costi proibitivi.

Meno del 50% delle coppie si avvale della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Molte coppie non in grado di avere figli fanno di tutto per procreare e da quel momento iniziano un percorso irto di ostacoli. La ricerca medica è venuta loro in soccorso con la PMA. Si tratta di una serie di tecniche e procedure utilizzate per aiutare le coppie con problemi di infertilità o sterilità a concepire un figlio. I protocolli prevedono la manipolazione di ovociti, spermatozoi o embrioni e vengono divisi in base alla complessità e invasività. 

Il percorso della PMA è regolato in Italia dalla Legge 40/2004 e viene offerto da centri specializzati con équipe multidisciplinari (ginecologi, biologi, anestesisti, psicologi). Tuttavia unicamente il 42% delle coppie chiedono la PMA. Forse scoraggiate dai tempi di attesa, i costi, l’età e l’assenza di un adeguato supporto psicologico. A lungo andare abbandonano l’iter appena iniziato.

Sono i risultati dell’indagine “Natalità, infertilità e accesso alla PMA in Italia: dati, barriere e soluzioni” a cura di Demetra e IVIRMA Italia. La prima nella mitologia greca era la dea della natura, dei raccolti e delle messi, del grano e dell’agricoltura, responsabile del ciclo delle stagioni, della vita e della morte. Qui, molto prosaicamente, si tratta di una rete di cliniche private specializzate nella PMA, convenzionate col Servizio Sanitario Nazionale.

La seconda è la sede nazionale del gruppo internazionale IVI RMA, leader mondiale nella medicina riproduttiva. Il loro scopo è, com’è giusto che sia, oltre ad un alto livello di professionalità, di guadagnare. Dallo studio è emerso che la percentuale del 42% diminuisce ancora di più tra coloro che decidono di andare avanti dopo il fallimento del primo tentativo.

Molte donne si trovano in scomoda posizione, tra l’incudine e il martello. All’inizio si rivolgono al SSN, ma visti i tempi di attesa alle calende greche, oltre 3 mesi per la prima visita, desistono. Quindi il 90% è costretta ad optare per i centri privati che hanno costi elevati. Inoltre l’accesso alla PMA avviene in un’età avanzata: il 78% con più di 35 anni e il 40% con oltre i 40.

Un altro dato emerso è la carenza di supporto psicologico che demotiva in maniera decisiva la scelta di continuare o meno il percorso terapeutico. Inoltre le donne hanno mostrato un’informazione adeguata sul percorso da compiere. Oggi l’età media delle madri è di quasi 32 anni, con una crescita di coloro che lo diventano a 40 e oltre. La fecondità ha raggiunto il picco minimo: 1,18 figli in media. Mai stata così bassa. Un fenomeno che produce effetti sul sistema demografico e pensionistico.

Con la popolazione che invecchia, senza avere la minima idea di togliere il disturbo, la denatalità imperante, chi paga le pensioni? E, soprattutto, una società siffatta è destinata all’annichilimento sociale. Una politica progettuale dovrebbe pensare ad un welfare state che metta il primo posto i bisogni delle persone, ad accorciare i tempi d’attesa, ad abbassare i costi perché la salute non deve trasformarsi in mercimonio.

La cronaca spesso ha evidenziato casi in cui le cure mediche sono state utilizzate come merce di scambio, quando sono un diritto inalienabile, sancito dalla Costituzione. L’accesso alle cure, giammai, deve essere subordinato alla capacità economica del singolo, trasformando ospedali, farmaci e assistenza in business. Invece ciò accade e sempre più spesso.