Gianluca Bertoni, il ragazzo del lago

Una scomparsa lampo, un corpo zavorrato e un’inchiesta che si sgretola. Tra reperti finiti al macero e testimonianze ritrattate, un delitto rimasto senza colpevoli.

Somma Lombardo – Sono le nove di sera di venerdì 7 dicembre 1990 quando Gianluca Bertoni saluta i suoi genitori ed esce di casa. Ha ventidue anni, è al quarto anno di Veterinaria, ama i cavalli e i fuoristrada. È uno di quei ragazzi che non danno pensieri: tranquillo, pulito, senza ombre. Deve percorrere poche centinaia di metri per raggiungere la fidanzata Barbara. Una serata qualunque, ma Gianluca non torna più.

Barbara sente un’auto fermarsi sotto casa, si affaccia e trova la strada deserta. La mattina dopo, nella zona di Cadrezzate, quattro cacciatori si imbattono nei resti diuna Opel Kadett carbonizzata e semisepolta dalla neve. È l’auto del padre ma di Gianluca nessuna traccia. Un solo testimone, un amico, racconta ai carabinieri di aver visto il veicolo transitare in via Mameli la sera della scomparsa: Gianluca era seduto dal lato passeggero. Qualcun altro guidava. Al saluto dell’amico, il ragazzo non risponde, tiene la testa girata dall’altra parte.

Il padre Gianfranco resta attaccato al telefono per settimane. Nel Varesotto di quegli anni i sequestri lampo non sono una rarità: la criminalità organizzata controlla traffici e silenzi in quella fetta di Lombardia e l’ipotesi del rapimento con richiesta di riscatto sembra la più plausibile. Il telefono però non squilla mai. Il lago parla prima.

L’11 gennaio 1991 il custode di un residence affacciato sul lago Maggiore, nella zona di Ranco, nota qualcosa di scuro che affiora a un centinaio di metri dalla riva. È un sacco della spazzatura sigillato con nastro adesivo e zavorrato con una pietra enorme. Dentro c’è il corpo di Gianluca: colpito alla testa con un oggetto contundente, braccia e gambe immobilizzate dietro la schiena, un masso legato al collo per tenerlo sul fondo. Non è un delitto d’impeto. È un’operazione pianificata da chi sa come far sparire un corpo.

Il sacco con i resti di Gianluca Bertoni

Gli investigatori rovistano nella vita del ragazzo e non trovano nulla che possa spiegare una fine simile. Nessun debito, nessuna frequentazione pericolosa, nessun segreto. Emerge soltanto che Gianluca frequentava un maneggio dove bazzicava anche Maurizio Zanni, pregiudicato della zona con una condanna per omicidio alle spalle. Forse il ragazzo ha visto o sentito qualcosa che non doveva. Forse si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Restano ipotesi, senza un filo che le tenga insieme.

Nel giugno del 1991 si presenta in caserma a Gallarate una ragazza di diciannove anni che abita a Sesto Calende. Si chiama Sabrina, ha conosciuto Gianluca prima che lui si fidanzasse con Barbara. Quella sera del 7 dicembre, racconta, si era appostata nei pressi di casa del suo fidanzato Carlo, sospettando una scappatella. Ha visto Carlo e il fratello Mario bloccare l’auto di Gianluca, colpirlo e portarlo via. Li ha seguiti finché non l’hanno scoperta. Ha visto Carlo svuotare le tasche del ragazzo: il portafoglio, i documenti, una medaglietta della Madonna, un biglietto di auguri della fidanzata. Tutto ridotto a pezzetti.

Il racconto è minuzioso. I due fratelli vengono arrestati. Pochi giorni dopo, Sabrina torna in caserma e smonta tutto: si è inventata le accuse per liberarsi di Carlo, troppo geloso. Il portafoglio lo ha visto su un treno, per caso. I fratelli vengono scarcerati. Rimane però una domanda che nessuno riesce a togliersi dalla testa: come conosce quei dettagli? La medaglietta, il biglietto, elementi che le indagini non hanno mai reso pubblici. Il Pm Astori non dà una risposta, ma non è convinto della ritrattazione. Sospetta che Sabrina sappia qualcosa e che qualcuno l’abbia convinta a tacere. Non riesce però a dimostrarlo e il fascicolo viene archiviato.

Bisogna attendere il 2009 perché la storia riprenda a muoversi. Maurizio Grigo, già Gip di Mani Pulite e da qualche anno alla guida della Procura di Varese, costruisce una task force dedicata ai cold case del territorio. Il delitto Bertoni è in cima alla lista. I tecnici analizzano i resti del nastro adesivo che aveva sigillato il sacco: quasi vent’anni di umidità non hanno cancellato del tutto le impronte digitali e le nuove tecniche consentono di isolare tracce di DNA. Undici nomi vengono iscritti nel registro degli indagati. Nessun profilo corrisponde.

Maurizio Grigo

Nel frattempo, qualcosa di opaco è accaduto nell’ombra del tribunale di Varese. Il sacco, il nastro, il masso usato come zavorra sono stati avviati al macero. Altri reperti trasferiti ad altre Procure sono spariti. Su una barca di legno usata per portare il corpo al largo era stato dimenticato un coltello a scatto nero: anche di quello si perdono le tracce. Negligenza, disorganizzazione o qualcosa di più deliberato: nessuna risposta, neanche stavolta.

Circolano voci, raccolte da collaboratori di giustizia e confidenti, sul capofamiglia di un clan locale che si vanterebbe di girare con il giubbotto di montone che Gianluca indossava quella sera, che però non viene mai ritrovato. Un dettaglio trascurato ma non trascurabile.

Maria Laura Tamborini, la madre di Gianluca, oggi ha più di ottant’anni. Da quel 7 dicembre chiede che suo figlio non venga dimenticato. Il lago Maggiore scorre placido tra le sue rive, mentre la storia di Gianluca resta sepolta tra quelle acque.