Sicilia crocevia dei dati: ma l’energia a che prezzo?

Crescono i data center ma restano dubbi su consumi, trasparenza e impatti: Antoci presenta interrogazione all’Ue.

Palermo – Oggi la Sicilia finisce sulle rotte mondiali dei dati. Nel mezzo del Mediterraneo stanno spuntando data center sempre più grandi, pezzi fondamentali per cloud e intelligenza artificiale. Una spinta allo sviluppo? Sì, ma non è tutto oro quello che luccica.

Queste strutture non fanno rumore e non si vedono quasi, però consumano energia a palate. Parliamo di quantità paragonabili a intere città. E mentre crescono in fretta, attorno resta una certa nebbia: pochi numeri chiari, autorizzazioni che corrono veloci e una trasparenza che, diciamolo, lascia a desiderare.

Chi prova a capirci qualcosa si scontra subito con un muro. I big del settore, tipo Amazon o Microsoft, parlano di sostenibilità in generale, ma sui consumi reali dei singoli impianti tengono le carte coperte. Si va avanti a stime, spesso “a spanne”, perché i dati veri sono difficili da trovare.

Intanto, in varie zone d’Italia, questi progetti passano senza troppo rumore, classificati come strategici. E così le comunità locali si ritrovano a giochi fatti: più richiesta di energia, reti da potenziare, terreno che sparisce sotto capannoni enormi. E qualcuno, a microfoni spenti, ammette di navigare a vista.

Il nodo vero è l’energia. In un Paese dove le bollette sono già salate, viene spontaneo chiedersi: chi paga il conto? Il rischio, secondo alcuni addetti ai lavori, è che una parte finisca sulle spalle dei cittadini. E mentre si parla tanto di transizione green, la questione resta aperta.

Poi c’è l’acqua, altro tema caldo. I data center ne usano parecchia per raffreddarsi, soprattutto d’estate. In zone già assetate, potrebbe diventare un problema serio. Ma nei documenti ufficiali, spesso, la cosa viene un po’ annacquata. Anche il consumo di suolo fa discutere: strutture enormi, occupazione ridotta. Insomma, tanto spazio occupato e pochi posti di lavoro. Un equilibrio che fa storcere più di qualche naso.

Il caso più concreto è quello di Open Hub Med, vicino Palermo. Un progetto cresciuto parecchio negli ultimi anni e finito sotto i riflettori internazionali dopo l’ingresso di un gruppo straniero. Sulla carta è un’opportunità importante, ma quando si va a vedere nel dettaglio consumi e impatti, le informazioni scarseggiano.

E non è solo un data center: è un vero snodo tra Europa, Africa e Medio Oriente. Tradotto: la Sicilia diventa un crocevia dei dati globali. Un ruolo pesante, anche dal punto di vista geopolitico, ma di cui si parla ancora troppo poco.

L’europarlamentare del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Antoci, ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo chiarimenti e interventi su un modello di sviluppo che potrebbe aggravare le fragilità strutturali del territorio siciliano.

Antoci mette in guardia sui rischi legati alla crescita dei data center: “consumi elevati di energia e acqua in un territorio già fragile potrebbero pesare sulle risorse locali senza reali benefici per i cittadini”. Sottolinea anche il pericolo di un “colonialismo” energetico e digitale, con energia rinnovabile destinata a grandi infrastrutture private invece che a comunità e servizi pubblici.

Infine, avverte sul rischio di rafforzare il potere delle grandi piattaforme straniere, chiedendo uno sviluppo digitale più equo e sostenibile per l’Europa.