L’operazione della Dda ha smantellato i clan Emanuele e Idà. L’ex leader della Curva Nord gestiva il narcotraffico per conto della cosca.
Catanzaro – Un’operazione su scala nazionale ha fatto emergere i tentacoli della ‘ndrangheta dal cuore della Calabria fino alle periferie del Nord Italia. La Dda di Catanzaro, con il supporto della Squadra Mobile di Vibo Valentia, ha eseguito 54 misure cautelari colpendo le famiglie Emanuele e Idà, radicate nel comprensorio delle Serre vibonesi tra Gerocarne, Soriano Calabro, Sorianello e Vazzano.
Tra i nomi che hanno catturato l’attenzione c’è quello di Marco Ferdico. L’ex capo ultrà dell’Inter, già condannato in primo grado a 8 anni nell’inchiesta milanese “Doppia Curva” e sotto processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi, compare ora come “terminale del narcotraffico” nel Milanese e nella provincia di Monza Brianza. Per lui cinque capi di imputazione legati allo spaccio. Nelle intercettazioni era “il calciatore”; il suo nickname nelle comunicazioni interne era, con una certa ironia, «Juventus».
Il quadro che emerge dalle carte è quello di un uomo che movimentava cocaina e hashish su larga scala, reinvestendo continuamente i proventi: “Utilizza i soldi di una per coprire il debito dell’altra”, annotano gli inquirenti, sottolineando come riuscisse comunque a non esporsi finanziariamente. Un profilo che lo rendeva prezioso per i calabresi: “È sempre buono averlo”, si sente dire in una conversazione intercettata.
Ma l’inchiesta va ben oltre il nome noto. I clan delle Serre vibonesi vengono descritti come strutture verticistiche e violente, abituate a governare il territorio con pestaggi, intimidazioni e spedizioni punitive. Le intercettazioni restituiscono un lessico brutale: minacce ai poliziotti durante un arresto, regolamenti di conti per un messaggio su Instagram, un uomo massacrato di botte e mandato in ospedale con dieci punti in testa. Tutto trascritto, tutto registrato.
L’arsenale sequestrato nel corso delle indagini racconta da solo la pericolosità del gruppo: pistole, revolver, fucili, una pistola mitragliatrice. E, stando alle intercettazioni, anche kalashnikov, bazooka ed esplosivi. “Ha tremato tutto per terra, sembrava un terremoto”, racconta un indagato dopo aver fatto esplodere una bomba contro una statua.
“L’interesse investigativo non si esaurisce con quest’attività”, ha avvertito il procuratore Salvatore Curcio. Un avvertimento che suona come una promessa.