Tregua Iran-USA: l’Italia assente su tutti i fronti

Dopo 38 giorni di bombardamenti, Washington e Teheran si fermano grazie alla mediazione del Pakistan e alla pressione discreta di Pechino. Roma, ancora una volta, non lascia traccia.

La guerra è durata 38 giorni. Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran nell’ambito dell’operazione Epic Fury, smantellando infrastrutture militari e mettendo Teheran sotto una pressione senza precedenti. Poi, nella notte tra il 7 e l’8 aprile 2026, è arrivata la svolta: Donald Trump ha annunciato un cessate il fuoco di due settimane, condizionato alla riapertura immediata e totale dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha accettato. La tregua, fragile, provvisoria, carica di nodi irrisolti, ha per ora fermato i bombardieri.

A rendere possibile l’accordo non è stata la diplomazia tradizionale né un’iniziativa delle Nazioni Unite. Il merito principale va al Pakistan, che ha agito da canale diretto tra Washington e Teheran, rimbalzando bozze di intesa tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi fino alle ore più critiche della notte.

La Cina ha giocato un ruolo di pressione decisivo ma defilato: Pechino ha esortato la Guida suprema Mojtaba Khamenei a mostrarsi flessibile, forte del proprio peso come principale partner commerciale di Teheran. È stato solo dopo questo intervento che l’Iran ha dato il via libera definitivo all’accordo. I negoziati formali sono stati convocati per venerdì 10 aprile a Islamabad.

Si tratta comunque di una tregua fragile e temporanea, non di una pace. I nodi aperti sono enormi: il diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio, il ritiro delle forze americane dalla regione, i risarcimenti di guerra, il futuro di Hezbollah in Libano, dove Israele ha già fatto sapere che le operazioni militari continueranno. Il vicepresidente JD Vance ha parlato esplicitamente di “tregua fragile”. Se l’accordo finale non soddisferà Washington, ha avvertito Trump, “si torna in guerra”.

In tutto questo, l’Italia è stata semplicemente assente. Non un’iniziativa diplomatica, non un canale di mediazione attivato, non una proposta concreta sul tavolo internazionale. Mentre il Pakistan incassava un prestigio geopolitico senza precedenti e la Cina consolidava la propria influenza su Teheran, Roma guardava da bordo campo.

Sul piano diplomatico, il silenzio italiano stride con una posizione geografica che dovrebbe fare del nostro Paese un interlocutore naturale nelle crisi mediorientali. Il Mediterraneo che ci separa dall’area del conflitto è lo stesso che ci rende vulnerabili alle sue conseguenze, energetiche, migratorie, commerciali, eppure nessuna iniziativa è partita da Roma. La Francia, nel frattempo, guidava il coordinamento di una quindicina di Paesi per la gestione dello Stretto di Hormuz. L’Italia non figurava tra questi.

Sul piano militare, il contributo italiano alla gestione della crisi è stato irrilevante. Il confronto con lo schieramento americano — portaerei, cacciabombardieri, bombardieri strategici — fotografa un divario strutturale che il governo non ha mostrato volontà di colmare, nemmeno sul piano della visibilità simbolica nell’area.

Sul piano economico, le conseguenze si faranno sentire. Le grandi partite legate alla stabilizzazione dei flussi energetici e delle rotte commerciali verranno negoziate da chi era presente e attivo: Stati Uniti, Cina, Pakistan, Francia. L’Italia si ritrova ancora una volta a subire gli effetti di decisioni prese altrove, senza aver contribuito a definirle.

Sul piano europeo, nemmeno in sede UE Roma ha tentato di fare da traino. L’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha parlato pubblicamente, ringraziato il Pakistan e offerto la disponibilità europea alla mediazione. Il premier spagnolo Sanchez ha già pianificato una visita ufficiale in Cina per discutere della crisi. L’Italia ha prodotto dichiarazioni di circostanza.

La tregua passerà alla storia come un successo della deterrenza americana e della diplomazia pakistano-cinese. In un momento in cui il mondo si ridisegna attorno a nuovi equilibri di potere, l’assenza non è una posizione neutrale. È una scelta e ha un costo.