Delmastro e Bartolozzi lasciano il ministero della Giustizia dopo il flop del Sì. Due scivoloni, una sconfitta e la necessità di dare un segnale.
Roma – La sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia comincia a produrre i suoi effetti politici concreti. Dal ministero della Giustizia arriva la prima risposta istituzionale al voto: Andrea Delmastro, sottosegretario, e Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, hanno rassegnato le dimissioni nelle mani del ministro Carlo Nordio.
Una decisione che ha richiesto una lunga mattinata di riunioni interne, durante la quale la linea difensiva tenuta fino all’ultimo dalla maggioranza, che nei giorni precedenti aveva fatto muro attorno a entrambi, ha ceduto di fronte all’evidenza: dopo un risultato così netto, qualcuno doveva farsi da parte
Delmastro era finito nel mirino per i suoi rapporti societari con la figlia di Mauro Caroccia, pregiudicato con legami alla criminalità organizzata romana. Una quota del 25% in una steakhouse, ceduta prima che la vicenda diventasse pubblica, che nelle ultime settimane di campagna referendaria aveva trasformato il sottosegretario in un bersaglio quotidiano.
Nel comunicare la sua uscita, Delmastro ha scelto le parole della responsabilità senza ammissione di colpa: una “leggerezza”, ha scritto, corretta non appena se ne era reso conto, ma sufficiente a giustificare un passo indietro.
Bartolozzi, invece, era finita in difficoltà per ragioni più strettamente politiche. In un’intervista rilasciata a un’emittente siciliana durante la volata finale, aveva descritto la vittoria del Sì come un’occasione per “liberarci dei magistrati”, definendo la magistratura un “plotone di esecuzione”. Una frase che aveva fatto il giro dei media nazionali e che, con il risultato delle urne, era diventata impossibile da difendere.
Nordio, che mercoledì dovrà rispondere alla Camera in un question time proprio sul caso Delmastro, aveva già anticipato di assumersi personalmente la responsabilità politica dell’esito referendario. Ora si trova a gestire un ministero che cambia volto nel momento peggiore. Resta aperta la questione se le dimissioni di via Arenula siano destinate a rimanere isolate o se rappresentino soltanto il primo atto di un ridimensionamento più ampio all’interno della maggioranza.