Scomparsa nel 2001, ritrovati i suoi resti ossei nel 2020. La Procura ha archiviato il caso come suicidio. Ma le domande rimaste senza risposta sono più numerose delle certezze.
Asti – C’è una domenica di settembre che Francesco Farinella continua a riavvolgere nella testa come un nastro consumato. È quella del 2 settembre 2001, a Chiusano d’Asti, sulle colline astigiane dove la famiglia aveva una piccola casa di campagna. Lui si allontana pochi minuti per controllare le galline nel pollaio. Torna con un cestino di uova. Sua figlia Federica non c’è più.
Non è uscita dal cancello. Non ha preso la sua auto. Non ha portato con sé soldi, documenti e telefono. Nemmeno le sigarette, le Davidoff di cui è accanita fumatrice. Ha lasciato tutto, come se avesse semplicemente smesso di esistere.

Per capire chi fosse Federica bisogna tornare indietro di almeno un decennio. Nata a Rivoli, cresciuta guardando Non è la Rai, alta, occhi azzurri, capelli castani: a vent’anni ha tutto quello che serve per sfondare nel mondo dello spettacolo. Nel 1992 sale su un treno per Roma con una valigia e una quantità imprecisata di speranze.
La Capitale la accoglie e, in parte, la premia. Entra nel cast di Bravissima, talent show Mediaset condotto da Valerio Merola, che la introduce nell’ambiente di Cinecittà. Per cinque anni Federica frequenta il jet set romano, partecipa a eventi, lavora come modella. Poi, nell’estate del 1996, qualcosa si incrina in modo irreparabile.

La Procura di Biella apre un’inchiesta destinata a fare rumore: quella che i giornali ribattezzeranno come Vallettopoli. Giovani aspiranti attrici sedotte con promesse di carriera televisiva e indotte alla prostituzione. Nell’indagine finiscono nomi noti come il conduttore Gigi Sabani e il regista Gianni Boncompagni. Federica non viene coinvolta direttamente ma il mondo in cui sembrava avere trovato un posto inizia a vacillare. Torna a casa, a Torino, delusa e provata. Riprende a lavorare come centralinista in un call center, inizia un percorso di sostegno psicologico.
Sarà la sua psicologa, sentita dopo la scomparsa, a confermare che Federica non avrebbe mai abbandonato volontariamente la famiglia, né si sarebbe fatta del male.
Francesco Farinella ha ricreato la scena più volte, cronometro alla mano, insieme a un amico carabiniere. Il tempo impiegato per andare nel pollaio e tornare in giardino è risultato sempre lo stesso: tre minuti e quaranta, quarantacinque secondi al massimo. Un lasso di tempo talmente breve da rendere qualsiasi ipotesi di allontanamento spontaneo difficile da sostenere.

Federica aveva ai piedi un paio di infradito da casa. Intorno alla villetta, vegetazione incolta e una collinetta ripida e impervia. Per raggiungere il bosco dove i suoi resti sarebbero stati trovati vent’anni dopo, avrebbe dovuto attraversare un terreno tutt’altro che agevole, con quelle ciabattine di plastica ai piedi.
“Qualcuno che conosceva l’ha chiamata e portata via”, è la convinzione del padre. Una convinzione che non lo ha mai abbandonato, nemmeno quando la Procura ha chiuso il caso.
Francesco Farinella non si è mai arreso. Ha fondato l’associazione Penelope Piemonte, dedicandosi alla ricerca di persone scomparse. Ha imparato, lavorando su centinaia di casi, che il silenzio è il peggior nemico di chi cerca: “Non bisogna vergognarsi, non bisogna rimanere zitti. I volantini, la visibilità, sono strumenti fondamentali”. Un insegnamento appreso sulla propria pelle, mentre cercava ancora sua figlia.
Nel 2017 incontra Papa Francesco in udienza privata. Gli porta una bottiglia di vino prodotta nella cascina di Chiusano, gli racconta di Federica. Il Papa promette di pregare per lei. Francesco scoppia a piangere.
Poi, nell’ottobre del 2020, un cacciatore nota qualcosa tra i canneti di un bosco a poco più di 500 metri dalla casa di famiglia. Sono frammenti ossei. Il 29 dicembre dello stesso anno, il maresciallo dei carabinieri telefona a Francesco: il DNA ha confermato che quei resti appartengono a Federica.

La Procura di Asti archivia il fascicolo senza notizia di reato: per gli inquirenti si tratta di suicidio. Ma la famiglia non si accontenta e incarica i propri consulenti, tra cui il criminologo e antropologo forense Fabrizio Pace, di condurre accertamenti autonomi sul luogo del ritrovamento.
È in questa fase che emerge quello che Pace definisce “un giallo nel giallo”. Mentre i periti lavorano al recupero degli ultimi frammenti ossei, con l’area delimitata da nastro di avvertenza, qualcuno rasa completamente al suolo il canneto. L’accesso al terreno era vietato, seppur in assenza di sequestro. Chi si è introdotto in quel luogo, difficile da raggiungere e non accessibile dalle vie principali, e perché ha eliminato proprio quella vegetazione, proprio in quei giorni?
“Non è un posto raggiungibile agevolmente”, spiega Pace. “Bisogna andarci di proposito. La mia impressione è che qualcuno abbia voluto cancellare eventuali tracce. Non vedo altra spiegazione.”
Nel bosco, peraltro, non è mai stato ritrovato alcun effetto personale di Federica: nessun orecchino, nessun monile, nessuna traccia degli abiti o delle ciabatte che indossava quel giorno. Un’assenza che, per i consulenti della famiglia, rende ancora più fragile l’ipotesi del suicidio.

Restano solo il cranio e una tibia, recuperati inizialmente. Gli altri frammenti sono stati raccolti nelle settimane successive grazie al lavoro autonomo dell’associazione, con il supporto scientifico dell’antropologa Cristina Cattaneo. La Procura non ha ritenuto di aprire un fascicolo con ipotesi di reato. Il caso è ufficialmente chiuso.
Ma Francesco non smette di chiedere. Com’è possibile che una donna adulta sparisca da un giardino in meno di quattro minuti, senza portare nulla con sé, e i suoi resti vengano trovati a poche centinaia di metri da casa vent’anni dopo, senza che nessuna delle ricerche condotte all’epoca li abbia individuati? Come è possibile che nel luogo del ritrovamento non ci fosse traccia degli indumenti che indossava?
“Avrò per sempre il dubbio che sia stata uccisa”, dice. “Non me lo toglie nessuno dalla testa.” Nessuno potrà mai cancellare quel dubbio. E quella domenica di settembre continua a girare. Sempre uguale. Sempre senza risposta.