Nell’aula bunker di San Vittore ha preso il via il procedimento ordinario per l’alleanza tra Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta in Lombardia.
Milano – È partito nell’aula bunker del carcere di San Vittore, a Milano, il processo ordinario scaturito dall’indagine Hydra: quarantacinque imputati accusati di far parte di un sistema mafioso che avrebbe messo radici profonde in Lombardia, unendo sotto un’unica regia Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta.
L’apertura del dibattimento è stata segnata da una rivelazione importante: oltre a Bernardo Pace, il cui verbale era già noto, anche Gioacchino Amico ha scelto di collaborare con la giustizia, diventando il quinto pentito dell’inchiesta. La Pm Alessandra Cerreti ha annunciato il deposito di entrambi gli interrogatori, resi rispettivamente il 3 e il 19 febbraio 2026.
Nato a Canicattì, in Sicilia, Amico è ritenuto il vertice della componente romana del clan dei Senese. Nel suo verbale, 135 pagine, di cui 110 oscurate, spiega di aver deciso di parlare dopo i primi mesi in carcere, anche per motivi religiosi e per sollievo familiare. Ma c’è soprattutto la paura: teme per la propria incolumità e per quella dei magistrati che gestiscono il caso, perché – a suo dire – c’è gente ancora libera capace di infiltrarsi nella politica e in alcuni settori delle forze dell’ordine. Amico avrebbe anche anticipato che, al momento opportuno, farà il nome dell’unica persona dell’indagine Hydra rimasta finora nell’ombra.
Secondo quanto dichiarato, l’alleanza tra le mafie sarebbe nata nel 2019, e a essa andrebbe aggiunta una quarta componente: la criminalità organizzata albanese, che Amico definisce “la più spietata”.
L’ombra più pesante sull’inizio del processo è quella della morte di Bernardo Pace, 61 anni, boss del mandamento trapanese già condannato a 14 anni con rito abbreviato. Malato di cancro, aveva iniziato a collaborare con gli inquirenti a inizio febbraio, raccontando dei legami tra le organizzazioni mafiose e ambienti politici ed economici lombardi. Martedì scorso è stato trovato con una corda al collo nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino e il decesso è stato classificato come suicidio. Troppi, però, i punti ancora oscuri: non aveva mai mostrato segnali di depressione né intenzione di togliersi la vita e la notizia arriva a meno di un mese dalla sua decisione di pentirsi. Sul caso è stata aperta un’inchiesta.
Nel suo verbale, anch’esso ricco di omissis, Pace avrebbe riferito di incontri avvenuti a Milano, nello studio di un avvocato, tra il boss di Castelvetrano Paolo Errante Parrino e il latitante Matteo Messina Denaro. Un dettaglio di rilievo, considerando che Errante Parrino è tra gli imputati principali del processo.
Il rito abbreviato, conclusosi a gennaio, ha già prodotto 62 condanne su 78 imputati, per un totale di cinque secoli di carcere. La pena più pesante, 16 anni, è stata inflitta a Massimo Rosi, ritenuto il reggente della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo. Ora tocca al rito ordinario, con quarantacinque imputati e l’accusa che punta a dimostrare, come già sostenuto dalla Pm Cerreti, che Milano è diventata un contesto mafioso a tutti gli effetti.
Fuori dall’aula, un presidio promosso da Libera, Cgil Lombardia e altre associazioni ha ribadito il rifiuto della criminalità organizzata e di ogni forma di infiltrazione mafiosa nel tessuto civile.