La coppia aveva trasformato il deposito salme in una camera da letto. Il giudice li ha scagionati dall’accusa di invasione di edificio pubblico.
Reggio Emilia – Una storia di povertà estrema e disperazione si è conclusa ieri nelle aule del tribunale con una sentenza di assoluzione. Una coppia di conviventi, lui 61 anni e lei 63, rimasti senza lavoro e finiti in mezzo alla strada dopo uno sfratto, avevano trovato rifugio in un luogo impensabile: la camera mortuaria del cimitero di Cella.
L’occupazione, scoperta nell’estate del 2023, aveva suscitato scalpore tra i cittadini, portando a un processo che vedeva i due imputati per invasione di edificio pubblico. La dinamica dell’occupazione, emersa durante le indagini della polizia locale, descrive un quadro di profonda indigenza.
Come riporta Il Resto del Carlino, all’interno della camera mortuaria, gli agenti trovarono materassini da mare usati come letti, abiti, prodotti per l’igiene personale e persino un ventilatore per contrastare la calura estiva. Con loro viveva anche un cane.
Dopo aver trovato la porta aperta, i due avevano deciso di cambiare la serratura per garantirsi un minimo di intimità e sicurezza in quella che era diventata la loro dimora temporanea. Agli agenti, la coppia raccontò candidamente le proprie vicissitudini: la perdita del lavoro, l’impossibilità di pagare l’affitto e lo sfratto esecutivo che li aveva lasciati senza alternative.
Nonostante il Comune avesse concesso inizialmente qualche giorno per trovare una soluzione, l’occupazione si era protratta fino a novembre 2023, facendo scattare la denuncia formale. Nel processo con rito abbreviato, il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 8 mesi di reclusione e 200 euro di multa per entrambi.
Gli avvocati difensori hanno puntato sull’inutilizzabilità delle prime dichiarazioni rese agli agenti (avvenute senza avvocato) e, in subordine, sullo stato di necessità dettato dall’assenza di un tetto. Ieri, il giudice Michela Caputo ha pronunciato la sentenza di assoluzione con la formula “per non aver commesso il fatto”. Una decisione che di fatto riconosce la complessità della situazione umana e legale, chiudendo una vicenda giudiziaria nata dalle pieghe più amare dell’emarginazione sociale.
Oggi la donna è seguita dai servizi sociali e ha depositato le sue poche proprietà presso una parrocchia locale, segnando il primo passo verso un faticoso ritorno alla normalità.