Conta ciò che fai, non quanto ci impieghi

In Italia il tempo in più donato all’azienda significa più tempo dedicato al capo. Questa mentalità andrebbe eliminata al più presto.

Trattenersi in ufficio oltre l’orario di lavoro non ha la stessa considerazione dappertutto. Una volta si pensava che nei Paesi mediterranei il lavoro non era proprio al primo posto nella scala di valori. Si era soliti utilizzare la locuzione spagnola “mañana”, cioè rinviare a domani quello che si poteva fare oggi, a confermare dell’indole pigra e poco produttiva delle sue popolazioni. Al contrario i Paesi nordici sono stati sempre catalogati come ligi al lavoro e altamenti competitivi.

Oggi queste visione non è più coerente coi fatti, almeno considerando valida l’equazione: trattenersi al lavoro oltre l’orario stabilito uguale ad  impegno e abnegazione. Applicando il metodo “Hofstede”, teoria che analizza e confronta le differenze culturali tra nazioni attraverso sei dimensioni chiave, sviluppata dal ricercatore olandese Geert Hofstede molte certezze del passato sono state scalfite.

Questo modello aiuta a comprendere le differenze di comportamento, comunicazione e valori nelle organizzazioni e nelle società, utilizzando scale numeriche per misurare aspetti come la distanza dal potere, l’individualismo, la mascolinità/femminilità, l’avversione all’incertezza, l’orientamento a lungo/breve termine e l’indulgenza/restrizione, trovando ampia applicazione nel management interculturale e nel marketing internazionale. Applicando questo metodo in Italia fare tardi in ufficio conta più di quello che si produce, nei Paesi nordici, al contrario, conta il risultato non il tempo impiegato.

Infatti chi si trattiene troppo in ufficio viene visto come uno che è stato negligente durante l’orario stabilito e se si va oltre, gatta ci cova. Questo modo di valutare la stessa azione con due approcci diversi non dipende dall’organizzazione manageriale o da contratti che prevedono lo straordinario, ma è il frutto di differenti visioni culturali nella concezione del tempo del lavoro, su cui hanno un peso notevole i valori nazionali. Ad esempio valutando la distanza dal potere, ossia come una società accoglie e interiorizza le gerarchie, in Italia è alta, nei Paesi nordici è bassa.

Nel nostro Paese, forse anche perché esiste un’atavica reverenza dell’autorità, per cui meglio andarci d’accordo, la relazione col capo è di tipo verticale, per cui trattenersi più tempo in ufficio è un modo per farsi notare. Al contrario nei Paesi nordici la relazione di lavoro è orizzontale e il capo è visto come una guida di supporto. Conta, quindi, il risultato raggiunto non il tempo occupato. Queste diverse concezioni si traducono in due modelli in antitesi. In Italia stare lontano dalla famiglia per dedicarsi al lavoro è un modo per confermare una disponibilità che confina con un sottile servilismo.

Contano gli obiettivi, non il tempo impiegato per raggiungerli

Nei Paesi del Nord Europa, stare molto tempo in ufficio è sinonimo di inerzia e improduttività, perché il lavoratore punta a trovare un equilibrio tra vita e lavoro. Quest’aspetto è stato confermato da molte ricerche in cui è emerso che i Paesi in cui esiste equilibrio tra vita e lavoro hanno un alto livello di produttività e un basso livello di stress. In realtà è proprio dedicare più tempo al lavoro che accresce la stanchezza, la demotivazione e le difficoltà di avere una vita privata.

Bisogna puntare alla qualità del lavoro più che alla sua quantità. Il modo in cui viene considerato il tempo dei lavoratori ci fa capire come è organizzata la società. Nel nord Europa esso è parte integrante dell’individuo, in Italia vige una sua concezione mercantile, con un suo valore di scambio: più tempo donato all’azienda significa più tempo dedicato al capo.

E’ questa mentalità che andrebbe eliminata al più presto, se si vuole il benessere del lavoratore e dell’azienda.