Torturatore delle SS, condannato per decine di omicidi e poi graziato dallo Stato, Luberti riemerge nel 1970 nella morte sospetta dell’amante Carla Gruber. Tra depistaggi, perizie compiacenti, latitanze e condanne ridotte, la parabola di un criminale che l’Italia non ha mai davvero fermato.
Roma – Gli agenti della polizia che il 2 aprile 1970 sfondano la porta dell’appartamento di via Pallavicini 52 a Roma si trovano davanti una scena da camera mortuaria. Sul letto giace il corpo di Carla Gruber in avanzato stato di putrefazione, composto come se qualcuno avesse allestito una veglia funebre privata. Indossa un babydoll aperto sul petto, intorno fiori ormai secchi, deodoranti, flaconi di disinfettanti e bottiglie di cloroformio per mascherare l’odore insopportabile della morte. Sul comodino una pistola e un biglietto scritto a mano.
“Chiudo la porta il 20 gennaio alle ore 16. Che potevo fare di meglio se non amarti sino alla fine dei tuoi giorni, mia diletta Regina? Dammi il tempo di compiere tutto il resto come mi hai ordinato”. A firmare quelle righe è Luciano Luberti, l’amante della donna. Un nome che chi ha memoria storica conosce bene: è il Boia di Albenga, torturatore al servizio delle SS naziste durante la Seconda Guerra Mondiale.
Luberti nasce a Roma nel 1921 e cresce in una famiglia di meccanici trasferita a Padova. Studia ragioneria, si iscrive a Economia e Commercio ma non conclude gli studi. Nel 1941 si arruola nel 3º reggimento Artiglieria Celere, diventa caporale e poi sergente, frequenta il corso per allievi ufficiali ma viene dichiarato non idoneo e ritrasferito. Nel 1942 lo denunciano per furto a Spoleto e lo sospendono dal grado. Il reato verrà amnistiato solo nel 1945.
Dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia esce dal conflitto, Luberti sceglie da che parte stare. Si arruola volontario nella Wehrmacht tedesca, prima nella Marina costiera poi, grazie alla conoscenza del tedesco, viene mandato ad Albenga come interprete presso la Feldgendarmerie. Diventa uomo di fiducia del maresciallo Strupp e lì la sua personalità sadica trova terreno fertile.

Torture, maltrattamenti, abusi sessuali diventano routine quotidiana. Uno dei suoi metodi preferiti per terrorizzare i sospettati consiste nel cospargerli di sangue davanti alle mogli o alle figlie. Non esita a strappare bulbi oculari se necessario. I processi presso il Tribunale militare di guerra della 34 Infanterie-Division si concludono quasi sempre con condanne a morte e lui personalmente partecipa alle esecuzioni di partigiani e civili. Dopo ogni fucilazione, festeggia, si rallegra. È questa crudeltà fredda e metodica a valergli il soprannome di Boia di Albenga.
Con la fine della guerra cerca di fuggire per arruolarsi nella Legione Straniera, ma viene catturato a Ventimiglia da un poliziotto che lo riconosce: il fratello di quell’agente era stato torturato e ucciso da Luberti e l’uomo era entrato in polizia proprio per arrestarlo. Nel giugno 1946 vengono riesumate 59 salme dalla fossa comune alla foce del fiume Centa. Luberti finisce sotto processo.
Il 24 luglio 1946 la Corte d’Assise straordinaria di Savona lo condanna a morte mediante fucilazione alla schiena. La pena viene commutata in ergastolo e poi, con l’amnistia Togliatti, ridotta a sette anni di carcere militare. Nel 1953 esce dal carcere e trova lavoro presso la Publiaci, agenzia pubblicitaria dell’Azione Cattolica a Roma, di cui diventa dirigente.
Si sposa con Toscana Zanelli da cui ha tre figli, ma il matrimonio dura poco. Nel 1956 inizia una relazione con Carla Gruber, la sua giovane segretaria di appena 18 anni. Nel 1959 Carla si sposa con un profugo giuliano e ha tre figli, ma continua a vedere Luberti. Nel 1964 i due decidono di convivere in un appartamento a Ostia. Per liberarsi del marito di Carla, con un escamotage riescono a farlo dichiarare pazzo e l’uomo viene rinchiuso in manicomio.
Ma Carla ha appetiti sessuali che Luberti fatica a soddisfare in esclusiva. La donna inizia a tradirlo ripetutamente, anche con il medico che la cura durante un ricovero per tubercolosi a Montefiascone. Nel 1967 nasce la quarta figlia di Carla, con tutta probabilità figlia di quel primario.
Verso la fine degli anni Sessanta Luberti fonda una casa editrice di stampo fascista, aderisce al Fronte Nazionale di cui diventa cassiere, viene accusato di aver ospitato gli esecutori della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Il suo nome compare in indagini su attentati dinamitardi insieme a Serafino Di Luia e Bruno Di Luia, indicati dalla moglie di Armando Calzolari come responsabili dell’omicidio del marito.
Non è chiaro cosa accada il 20 gennaio 1970. L’autopsia stabilirà che Carla muore per un colpo di pistola al cuore sparato mentre è incosciente per una massiccia dose di barbiturici. Ma la mano destra che avrebbe dovuto sparare è sotto al cuscino quando il corpo viene ritrovato. Come avrebbe potuto premere il grilletto se era in coma farmacologico? Luberti sostiene si tratti di suicidio assistito, di eutanasia pietosa verso una donna malata e dipendente dai farmaci. Altri ipotizzano la gelosia. Qualcuno suggerisce che Carla stesse per confessare dettagli sulla strage di Piazza Fontana.
Luberti si dà alla latitanza per due anni. Nel luglio 1972 viene arrestato a Portici dopo un conflitto a fuoco. In casa gli trovano armi e bombe a mano. Sopravvive vendendo riviste pornografiche, protetto ancora una volta dalla rete fascista. Durante il processo nega, poi cambia versione, racconta particolari piccanti sulla vita sessuale di Carla descrivendo pratiche estreme che entrambi apprezzavano.

Nel 1976 arriva la condanna in primo grado: 22 anni di reclusione. Ma entra in scena Aldo Semerari, criminologo sospettato di legami con estrema destra e camorra, noto per perizie psichiatriche favorevoli a fascisti e malavitosi. Semerari dichiara Luberti incapace di intendere e volere al momento del fatto. La pena viene ridotta a 18 mesi da scontare nel manicomio criminale di Aversa.
Luberti evade il 22 agosto 1980 semplicemente non rientrando da un permesso premio di otto ore, viene riarrestato nel marzo 1981. In totale sconta quattro anni in attesa di giudizio, un anno in attesa dell’appello, diciotto mesi di manicomio. Ma a Luberti quei diciotto mesi sembrano troppi. Grazie a Semerari sostiene di essere guarito molto prima, quindi lo Stato italiano lo ha privato ingiustamente della libertà.
Fa causa all’Alta Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il 9 aprile 1984 la Corte gli dà ragione e stabilisce un indennizzo a suo favore da parte dello Stato italiano: un milione di lire. Il torturatore nazista responsabile di 59 morti e l’assassino dell’amante riceve un risarcimento per essere rimasto troppo tempo in manicomio.
Si trasferisce a Padova. Nel 1987 si laurea in Giurisprudenza discutendo una tesi sui manicomi criminali. Nel 1989 viene arrestato per detenzione di stupefacenti legata a una storia con una ragazzina, ma a 68 anni lo giudicano troppo anziano per la detenzione. Si ammala di tumore maligno alla prostata che gli fa perdere un occhio, ma non può essere operato per l’ipertensione da cui è affetto.
Muore il 10 dicembre 2002 a 81 anni nella casa di riposo “Santa Chiara dell’Immacolata Concezione” di Padova, in povertà. Sulle pareti della camera restano le foto con la divisa delle SS e il mitra in mano, accanto quelle di Carla nuda. Testimonianze di una vita vissuta all’estremo anche in amore, come scrisse qualcuno. Testimonianze di una vita fatta di crudeltà che lo Stato italiano ha saputo perdonare, proteggere e perfino risarcire.