Laura Bigoni, il delitto dimenticato di Clusone

Un omicidio cancellato dal fuoco e da un’indagine che ha scelto una sola pista, ignorandone molte altre.

Clusone (Bergamo) – C’è un’ombra che attraversa via Mazzini alle quattro del mattino del primo agosto 1993. Un ragazzo che aspetta fuori dall’appartamento la incrocia nell’atrio, ma non riesce a vederne il volto. Poche ore dopo quella stessa casa diventa una scena del crimine. Laura Bigoni, ventitré anni, estetista milanese in vacanza sulle montagne bergamasche, viene trovata morta sul letto avvolta dalle fiamme. Nove coltellate l’hanno uccisa. Trentatré anni dopo, nessuno ha pagato per quell’omicidio.

La vita di Laura scorreva tra Milano e la fatica di due lavori. Estetista di giorno, addetta alle pulizie negli uffici comunali di notte. Una ragazza gentile, troppo secondo chi la conosceva bene. Imprigionata in una relazione malata con un uomo incapace di scegliere tra lei e un’altra donna. Gianmaria Negri Bevilacqua, detto Jimmy, oscillava da tre anni tra due compagne, moltiplicando promesse e bugie. Quando nel 1992 entrambe lo scoprono e lo lasciano, lui riesce a riconquistarle. A gennaio propone persino la convivenza a Laura, salvo poi fare la stessa offerta anche all’amante. Un gioco crudele che la giovane estetista non riesce a interrompere.

I genitori la convincono a partire per Clusone il 24 luglio. Servirà a schiarirsi le idee, a prendere distanza. Ma il 31 luglio si presenta anche Jimmy. Passano il pomeriggio insieme, parlano di viaggi futuri. La sera però lui scompare e ricompare puntuale dall’altra donna. Laura ha capito: è sempre la stessa storia. Cancella tutti i piani e accetta un invito dagli zii per l’indomani. Forse questa volta ce l’avrebbe fatta davvero a chiudere.

Quella notte esce con un vicino che lavora alla discoteca Collina Verde. Incontra un ragazzo, Marco, capelli biondi e conversazione facile. Verso le due gli propone di andare a casa. Arrivano in via Mazzini ma le luci dell’appartamento sono accese, cosa strana. Laura preferisce rimandare, si appartano altrove. Alle quattro tornano: luci spente, tutto sembra normale. Lei però vuole controllare da sola, chiede a Marco di aspettare qualche minuto. Lui resta fuori, bussa dopo un po’, nessuna risposta. Se ne va deluso. Nell’andarsene incrocia qualcuno nell’atrio buio. Un uomo senza volto che nessuno identificherà mai.

Alle 7.45 del mattino seguente gli zii non trovano Laura all’appuntamento concordato. Vanno a cercarla. Quando aprono la porta dell’appartamento, il fumo li investe. Il materasso brucia, Laura è sul letto senza vita. Seminuda, solo il reggiseno addosso. Mutandine stese in bagno, gonna piegata ordinatamente su una sedia. Il fuoco non l’ha uccisa: sono state le coltellate. Nove colpi: cinque alla gola, quattro al petto, un decimo all’inguine, quando era già cadavere. Furia cieca che puzza di possesso. Le fiamme sono state appiccate dopo, con lacca e accendino, per cancellare le prove.

La casa è chiusa, nessuna effrazione. Chiavi nella serratura interna, finestre sigillate. Mancano solo gioielli di poco valore, due coltelli da cucina, il copriletto. L’assassino o era già dentro o Laura gli ha aperto volontariamente. Sul comodino gli investigatori trovano dei capelli. Sono di Jimmy. Il 5 agosto viene arrestato. Il processo arriva quattro anni dopo, nel 1997. La ricostruzione dell’accusa è lineare: Laura, tradita, si vendica uscendo con un altro, Jimmy impazzisce di gelosia e la uccide. Condanna a ventiquattro anni. L’amante viene riconosciuta colpevole di favoreggiamento per aver coperto il fidanzato.

Ma nel 1998 la Corte d’Appello ribalta tutto. Prove insufficienti. Nessuna colluttazione, niente DNA, zero riscontri nella casa dell’imputato. Assoluzione piena per entrambi. Il caso si chiude ufficialmente, ma la verità no. Perché nessuno ha mai indagato seriamente su altre piste emerse subito dopo il delitto. Un’auto rossa avvistata più volte. Un taxi giallo targato Milano parcheggiato davanti al portone di Laura. Una ragazza bionda spaesata vista da un barista alle tre e mezza della notte. Segnalazioni archiviate senza approfondimenti. Gli inquirenti avevano deciso che il colpevole fosse Jimmy e tutto il resto diventava rumore di fondo.

Passano quasi trent’anni. Nel 2021 il periodico bergamasco AraberaRa riceve una telefonata anonima da Milano. Una donna racconta di essere stata molestata trent’anni prima in un ufficio comunale dove faceva le pulizie notturne. Molestie talmente pesanti da costringerla a licenziarsi. Il suo posto venne preso proprio da Laura Bigoni. La testimone descrive il molestatore: ossessionato dalle donne con i capelli castani, utilizzava bombolette spray e accendini per terrorizzarle. Troppi dettagli coincidono con l’omicidio di Clusone. Ma ormai sono passati decenni, identificare quell’uomo è quasi impossibile.

E poi c’è l’ipotesi più agghiacciante di tutte. Otto femminicidi irrisolti nella provincia di Bergamo potrebbero essere collegati. Gianna Del Gaudio sgozzata a Seriate nell’agosto 2016. Daniela Roveri uccisa allo stesso modo sei mesi dopo a Colognola.

Gianna Del Gaudio

Entrambe aggredite alle spalle, morte silenziose, nessuna traccia dell’assassino. Lo schema si ripete: vittime simili, modalità quasi identiche. Un consulente di parte civile, Giorgio Portera, ha individuato ventitré marcatori genetici comuni tra le due scene del crimine. Coincidenza? Oppure esiste davvero un serial killer che da oltre trent’anni colpisce indisturbato nella Bergamasca?

La famiglia di Laura non ha mai smesso di cercare risposte. Ma finché qualcuno non parla, finché quella figura nell’atrio resta senza nome, Laura Bigoni sarà un’altra giovane donna uccisa senza che sia stata fatta giustizia. E chissà quante altre ce ne sono, dimenticate nei fascicoli polverosi di qualche Procura.