La responsabile della segreteria politica di FdI respinge l’idea che si tratti di un giudizio sulla premier. Intanto esplode il caso Gratteri.
Roma – Il voto del referendum sulla giustizia non coinciderà con un verdetto sull’operato dell’esecutivo. Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia e sorella della presidente del Consiglio, sgombra il campo da ogni equivoco: quello che si gioca alle urne riguarda esclusivamente il futuro dell’ordinamento giudiziario italiano, non la tenuta politica del governo. La resa dei conti elettorale arriverà nel 2027, quando gli italiani saranno chiamati a valutare complessivamente l’azione della maggioranza.
Interpellata sulla possibilità di elezioni anticipate, Arianna Meloni chiude nettamente: finché la maggioranza continuerà a sostenere l’esecutivo, l’orizzonte resta quello della legislatura piena. Il sostegno parlamentare non è mai venuto meno e non ci sono segnali di cedimento. La strategia del centrodestra punta quindi a completare il mandato indipendentemente dall’esito referendario.
La sorella della premier entra nel merito della riforma illustrandone i contenuti essenziali. Il primo elemento è la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Il secondo riguarda l’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti del Consiglio superiore della magistratura, meccanismo che secondo i promotori dovrebbe liberare i magistrati dal condizionamento delle correnti interne. Il terzo pilastro prevede l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per giudicare le condotte dei magistrati.
Sulla questione dell’indipendenza della magistratura, tema sollevato dai critici della riforma, Arianna Meloni risponde che le garanzie restano intatte. Anzi, sottolinea come la riforma tolga alla politica il potere di eleggere i membri laici del Csm. Quanto ai magistrati stessi, la responsabile di FdI si dice convinta che molti di loro voteranno sì proprio perché liberati dalla necessità di assecondare i vertici delle correnti per fare carriera.
Fratelli d’Italia non ha ancora definito un piano organico di iniziative comuni con gli altri partiti della coalizione, ma la linea è tracciata: portare il messaggio nelle piazze, spiegare ai cittadini che non si tratta di un attacco alla magistratura ma di un intervento per migliorare il sistema. L’obiettivo dichiarato è contrastare la narrazione secondo cui la riforma metterebbe a rischio l’autonomia dei giudici.
Completamente diverso il fronte di chi si oppone alla riforma. Il procuratore antimafia Nicola Gratteri, finito al centro di una bufera politica per alcune dichiarazioni rilasciate al Corriere della Calabria, ha risposto duramente alle critiche ricevute dal centrodestra. In un’intervista televisiva ha respinto l’accusa di aver bollato tutti i sostenitori del sì come esponenti della criminalità organizzata o di centri di potere.
Gratteri ha precisato di non aver mai affermato che chiunque voti sì appartiene necessariamente a queste categorie. Secondo il magistrato, chi continua a ripetere questa interpretazione distorta delle sue parole agisce in malafede per alimentare lo scontro. Ha quindi rivendicato il diritto di esprimere pubblicamente la propria posizione contraria alla riforma, sottolineando che non si farà intimidire né da minacce di interrogazioni parlamentari né da eventuali procedimenti disciplinari.
Il procuratore ha poi chiarito il senso delle sue affermazioni: secondo lui voteranno per il sì coloro che non vogliono essere controllati dalla magistratura, categoria nella quale rientrano appunto centri di potere, criminalità organizzata e massoneria deviata. Una distinzione che però non ha placato le reazioni indignate del mondo politico.
Le parole originarie di Gratteri avevano scatenato reazioni durissime da parte del governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si era detto sconcertato, arrivando a chiedersi ironicamente se l’esame psico-attitudinale previsto per i magistrati all’inizio della carriera non andrebbe esteso anche alla fine del percorso professionale.
Ancora più netta la posizione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che pur dichiarandosi amico personale di Gratteri ha definito indifendibili le sue affermazioni. Crosetto ha sostenuto che il voto favorevole alla riforma rappresenta una scelta di civiltà, mentre il no costituisce un modo per continuare a usare la giustizia in modo parziale. Allo stesso tempo ha escluso di sentirsi personalmente offeso dalle parole del procuratore, attribuendole più alla necessità di difendere prerogative corporative che a un’autentica convinzione.