La DIA ha eseguito tre misure di prevenzione su beni e società legate ad appalti pubblici, per lavori finanziati anche con fondi PNRR.
Milano – La Direzione Investigativa Antimafia ha eseguito tre decreti di prevenzione emessi dal Tribunale–Sezione Autonoma Misure di Prevenzione, su proposta congiunta della locale Direzione Distrettuale Antimafia e del Direttore della stessa DIA.
Il primo provvedimento dispone il sequestro di beni per oltre 1,5 milioni di euro nei confronti di un imprenditore di origini messinesi, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e, più recentemente, indagato dal Centro Operativo DIA di Milano, su delega della DDA, per presunte ipotesi di trasferimento fraudolento di beni aggravato dal metodo mafioso.
Alla luce dei precedenti giudiziari e degli esiti di mirate indagini economico-patrimoniali, il Tribunale ha ritenuto sussistenti i presupposti previsti dal Codice Antimafia per l’adozione della misura ablativa in via cautelare, rilevando come il patrimonio del proposto — costituito da una società operante nel settore edilizio, beni immobili e conti correnti — sia di presumibile provenienza illecita, in quanto sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e alle attività economiche svolte, nonché ritenuto frutto o reimpiego di proventi delittuosi.
Gli altri due decreti dispongono la misura dell’amministrazione giudiziaria per la durata di un anno, con mantenimento degli attuali organi amministrativi, nei confronti di due S.p.A. affidatarie di lavori pubblici finalizzati alla realizzazione, sull’intero territorio nazionale, di un’infrastruttura pubblica di telecomunicazioni — finanziata anche con fondi PNRR — mediante rete in banda ultra larga.
Gli approfondimenti documentali ed economico-finanziari relativi all’operatività dell’impresa edile riconducibile al proposto — destinataria di interdittiva antimafia emessa nel 2022 dalla Prefettura di Milano — hanno consentito di ricostruire rapporti contrattuali con le predette società per l’esecuzione di lavori in cantieri lombardi per oltre 4,5 milioni di euro, a partire dal 2022 e tuttora in corso.
Il quadro emerso evidenzia profili riconducibili alla cosiddetta “colpa di organizzazione”: pur in presenza, sul piano formale, di procedure e modelli organizzativi adottati ai sensi del D.Lgs. 231/2001, i presìdi di controllo non avrebbero impedito né intercettato tempestivamente l’instaurarsi e il protrarsi di rapporti operativi con un’impresa destinataria di interdittiva antimafia, in un contesto riferito ad appalti pubblici di rilievo strategico e con significativi profili di sicurezza.