Città sempre meno attrezzate per gli anziani

La popolazione invecchia e le città sono fatte per chi è giovane e capace di andare a 100 all’ora. I capelli bianchi sono sempre più emarginati anche nei servizi essenziali.

Le città non sono a misura della terza età. Ormai lo si sa a menadito che la vita media si è allungata (bisognerebbe valutare in quali condizioni), la popolazione invecchia, il deserto demografico si estende a macchia d’olio e la denatalità impera. Ci si immaginerebbe che gli anziani, essendo in gran numero, dovrebbero essere il target privilegiato non solo per i consumi, ma per la vivibilità nelle città. Ed invece, i grandi agglomerati urbani non sono a misura di capelli bianchi.

Basta trascorrere una qualsiasi giornata di ordinaria follia in una metropoli europea per rendersene conto. Prendere un bus urbano o la metro è un’impresa titanica per chi, vista l’età, può avere difficoltà nella deambulazione o problemi di vista. Per tacere di quello che succede una volta saliti a bordo: si viene sballottati a destra e a manca per frenate brusche ed improvvise, il proprio viso sembra essere il prediletto da zaini e borse! Una volta si cedeva il proprio posto sul tram o bus quando si vedeva una persona di una certa età.

Atteggiamento sempre meno frequente, perché con gli auricolari infilati nelle orecchie si fa sempre più complicato capire dove ci si trova. Il non plus ultra sintomatico di come gli anziani in città sono considerati meno di zero, è il semaforo. Il rosso dura molti minuti, quando scatta il verde, non si arriva nemmeno a metà strada ed ecco apparire il colore giallo indicando i secondi che passano prima che il rosso stia per scattare e sono dolori.

Una sorta di gara olimpica: lo scatto del semaforo non è adatto a chi fatica a camminare. Queste osservazioni non sono frutto del caso, ma sono state confermate da uno studio effettuato nel Regno Unito. Su un campione di 100 cittadini over 65, con difficoltà nella mobilità, solo l’1,5% è stato in grado di attraversare una strada con semaforo. La maggioranza si è sentita umiliata, sotto pressione, per non essere riusciti in quella che è una vera e propria ardua impresa, perché impossibilitata ad esercitare un sacrosanto diritto.

Gli effetti non sono solo fisici ma riducono le possibilità di socializzare, uno degli aspetti più significativi per il benessere psico-fisico di chi ha una certa età. La popolazione invecchia e le città sono pensate e costruite per chi è giovane ed è capace di andare a 100 all’ora. Un grande paradosso, menefreghismo o, peggio, cecità politica. I servizi pubblici non sono molto diffusi e quelli che ci sono, spesso, sono a pagamento.

Per gli anziani svaghi ridotti e scarsa assistenza specie in città

Si potrebbero usare i bagni dei bar ma per usufruirne bisogna consumare qualcosa. Una grande criticità per chi a quell’età può avere problemi di prostata per cui si è costretti ad andare spesso in bagno. Nel caso estremo si potrebbero utilizzare mutande per l’incontinenza ma se una persona desiderasse trascorrere una giornata fuori casa il più delle volte si sente angosciata dal fatto di portare un indumento intimo per contenere e gestire le perdite fisiologiche.

In Italia la solitudine degli anziani è meno sentita che nel resto d’Europa, forse grazie alla presenza di una rete familiare ancora capillare, anche se, come ha ricordato l’Istat, le risorse per il welfare a loro destinate scarseggiano. Quindi si tratta di un processo irreversibile? Non proprio. In Svezia per evitare l’isolamento e la solitudine degli anziani è stata progettata una struttura pubblica, in cui possano viverci anziani, giovani e immigrati, con spazi comuni in cui ognuno pratica i propri hobbies.

Una città se vuole essere inclusiva deve essere vissuta da tutte le componenti, coinvolgendole nei processi decisionali, anziani compresi. Per farli sentire custodi di saggezza, esperienza e autorevolezza. Una sorta di guide spirituali e sociali. Una forma di rispetto che meritano ampiamente.