Le imprese in gonnella sono ben distribuite sul territorio senza l’atavico squilibrio Nord/Sud. La Lombardia è al primo posto, seguono Lazio e Campania.
Il sostantivo “impresa”, nel nostro Paese è uno dei pochi a rispettare il suo genere grammaticale che coincide col sesso biologico. Si può affermare dunque che l’impresa italiana è donna. Secondo l’Ufficio Studi della CGIA (l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre) e Unioncamere (l’Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura), il Belpaese è primo in Europa per numero di imprese al cui vertice ci sia una donna con una percentuale del 23%.
Dietro ci sono Paesi come Germania, Spagna e Francia. Tuttavia, non si riesce a stappare nemmeno una bottiglia di spumante per festeggiare il primato, che spunta la mannaia che ci strozza in gola l’urlo di gioia! Conflavoro Impresa Donna – sezione specifica di Conflavoro PMI dedicata a sostenere le imprenditrici, promuovere la cultura d’impresa femminile, e offrire supporto concreto, soprattutto per l’indipendenza economica, con iniziative che includono anche la tutela delle donne vittime di violenza attraverso formazione e servizi, agendo in sinergia con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e il Fondo Impresa Femminile – ci ha informato che annualmente 3200 imprese femminili passano a miglior vita.
I motivi sono vari tra cui il complicato accesso al credito, gli ostacoli esistenti per conciliare vita privata e lavoro, essere costrette a optare tra la professione e la maternità o, ancora, la cura di genitori non autosufficienti. Insomma il solito cahier de doléances, un copione vetusto e stantio che non smette di essere recitato sul palcoscenico della vita. Secondo i dati le imprese femminili nel nostro Paese ammontano al 22,2% del totale, in cui lavorano 4,7 milioni di cittadini e un giro d’affari pari al 10-12% del Prodotto Interno Lordo.
I settori che preferiscono le donne sono: servizi, cura della persona e supporto alle imprese; sanità e assistenza sociale; istruzione. Inoltre, alimentare, tessile, pelletteria e abbigliamento. Rispetto agli uomini le rappresentanti del gentil sesso sono, in media, più istruite e più giovani. Le imprese, perlopiù, sono di piccola grandezza, spesso si tratta di ditte individuali. In quanto tali non riescono a reggere l’urto del mercato nel lungo periodo. Malgrado queste difficoltà, nell’ultimo decennio, le imprese under 35 che offrono servizi altamente specializzati, hanno registrato un incremento del 41,3%.
Inoltre le imprese femminili sono ben distribuite sul territorio in maniera abbastanza equa, senza l’atavico squilibrio Nord/Sud. La Lombardia è al primo posto ma nella “top ten” entrano anche Lazio e Campania. Come sostenuto da Partner d’Impresa, il primo network di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro nato per offrire al cliente un sistema di servizi integrati, la chiusura di un’attività non sempre deve essere considerata un fallimento.

Spesso molte imprese sopravvivono per pigrizia, non riuscendo a dare un taglio netto. Col tempo questo atteggiamento può causare danni personali, fiscali e legali. D’altronde l’etimologia della parola “crisi” di derivazione greca, significa scelta, giudizio, decisione. E’ quindi un momento cruciale di svolta implicante un mutamento, una sorta di passaggio da uno stato ad un altro, che richiede una valutazione e decisione fondamentali.
Malgrado le difficoltà imprenditoriali e di struttura, la resilienza imprenditoriale delle donne è riuscita ad emergere in un mare infestato da squali. Chissà quale sviluppo prorompente avrebbe potuto avere se fosse stato accompagnato da una classe politica attenta alle dinamiche sociali e con un welfare all’altezza e efficiente per erogare servizi di supporto alla maternità e alla cura degli anziani!
Due aspetti, quest’ultimi, che. come si è visto ostacolano la carriera delle donne.