27 gennaio: quando la memoria diventa responsabilità collettiva

Ricordare la Shoah significa riconoscere i meccanismi dell’odio, smascherare l’indifferenza e assumersi la responsabilità di impedire che l’umanità cada di nuovo nell’abisso.

Ogni 27 gennaio l’Italia e numerosi Paesi nel mondo si fermano per ricordare. Non si tratta di una semplice commemorazione: è un momento in cui la storia ci interpella, chiedendoci di fare i conti con una delle pagine più buie dell’umanità.

Quel giorno del 1945, quando i soldati sovietici aprirono i cancelli di Auschwitz-Birkenau, il mondo si trovò di fronte a una verità insostenibile. L’efficienza industriale applicata allo sterminio, la pianificazione metodica dell’annientamento di milioni di persone: quello che emerse non fu solo l’orrore della guerra, ma qualcosa di più profondo e inquietante sulla natura umana.

Sei milioni di ebrei sterminati. Ma dietro questa cifra inconcepibile ci sono identità cancellate, famiglie distrutte, destini interrotti. E insieme a loro, rom, sinti, dissidenti politici, persone con disabilità, omosessuali, testimoni di Geova: tutti coloro che il regime nazifascista considerava indegni di esistere. In Italia, questo processo iniziò ben prima delle deportazioni: le leggi razziali del 1938 trasformarono i cittadini ebrei in estranei nella propria patria, preparando il terreno alla tragedia successiva.

Quando nel 2000 il Parlamento italiano scelse di istituire ufficialmente questa giornata e quando nel 2005 le Nazioni Unite la estesero a livello globale, l’intento non era solo commemorativo. Era e rimane un gesto politico nel senso più nobile del termine: riconoscere che certe fratture nella civiltà richiedono un impegno permanente di vigilanza.

Il vero significato di questa giornata emerge quando ci chiediamo: cosa ci dice tutto questo di noi oggi? I meccanismi che resero possibile la Shoah, la disumanizzazione dell’altro, l’indifferenza dei più, la complicità silenziosa, la cieca obbedienza all’autorità, non appartengono a un passato remoto e incomprensibile. Sono dinamiche umane che richiedono costante attenzione e contrasto.

Man mano che i testimoni diretti scompaiono, il rischio è che la Shoah diventi un evento astratto, confinato nei libri di storia. Ma la memoria viva è altro: è la capacità di riconoscere i segnali di allarme quando riemergono, è l’abilità di opporsi all’odio nelle sue forme contemporanee, è il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Il 27 gennaio non ci chiede solo di piangere le vittime o di condannare i carnefici. Ci chiede qualcosa di più impegnativo: di interrogarci su quale parte avremmo avuto noi, di riflettere su come costruire una società che renda impossibile il ripetersi di tali atrocità. La memoria, in questo senso, non guarda indietro: guarda avanti, verso il tipo di mondo che vogliamo lasciare.

In un’epoca in cui l’odio trova nuovi canali per diffondersi, in cui il negazionismo si traveste da scetticismo, in cui le discriminazioni assumono forme più sottili ma non meno pericolose, questa giornata ci ricorda che la barbarie non è mai definitivamente sconfitta. Va combattuta ogni giorno, con la conoscenza, con la solidarietà, con il rifiuto di ogni logica che divide l’umanità tra chi merita di vivere e chi no. E noi vogliamo essere ricordati per quelli che non hanno mai taciuto di fronte all’orrore.