Il Belpaese eccelle nel settore manifatturiero ma palesa affanno nei servizi e nel terziario, in cui la produttività è inferiore al resto d’Europa.
L’Italia è una Repubblica fondata sulle piccole e medie imprese! No, non è cambiato l’articolo 1 della nostra Costituzione, il cui incipit così recita “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Piuttosto è la conferma che la nostra economia è trainata dalle Piccole e Medie Imprese (PMI) competitive nel mercato globale. Al contrario le grandi aziende sono in estrema difficoltà. E’ un paradosso tipicamente nazionale, visto che la struttura produttiva della nostra economia è così da 40 anni e oltre.
D’altronde nel 1973 l’economista Ernst Friedrich Schumacher coniò la felice espressione “piccolo è bello” criticando il gigantismo industriale e proponendo un’economia basata su una tecnologia “a misura d’uomo”, risorse locali e sviluppo sostenibile, anticipando tematiche ecologiste e sociali odierne. Le PMI sono il cuore dell’economia italiana, costituendo oltre il 99% delle aziende, con circa 4,2 milioni di realtà (di cui il 95% microimprese) che generano il 70-80% del valore aggiunto e occupano circa il 75-80% dei lavoratori, dominando nei settori manifatturiero, artigianato e servizi.
Sono definite dalla normativa europea in base a dipendenti (sotto 250) e fatturato/totale bilancio (sotto 50/43 milioni di €), cruciali per export, innovazione e legame territoriale. La fotografia di questa realtà è stata effettuata dall’Ufficio Studi della CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre). Mentre le grandi aziende sono appena 4.619, pari allo 0,1% del totale, ma essendo di dimensioni elevate occupano 4,4 milioni di lavoratori.
Nei confronti è dell’Europa è emerso un quadro molto interessante: le nostre PMI pur essendo numericamente identiche a quelle dei maggiori Paesi europei, registrano un’importanza più evidente sull’economia nazionale. I numeri non mentono e, come si suole dire, la matematica non è un’opinione. In Italia gli occupati sono il 76,4% del totale, in Germania il 55,2%; producono il 62,9% del fatturato contro il 35,8% teutonico; realizzano il 61,7% del valore aggiunto, la Germania il 46%.
Per quanto riguarda la misura della produttività le PMI italiane, sia le piccole che le medie, registrano numeri più alti dei lavoratori tedeschi, dai 4.229 ai 10.000 euro per occupato (e poi si dice in giro che gli italiani hanno poca voglia di lavorare). L’unico neo è stato riscontrato nelle piccolissime aziende, con al massimo 9 lavoratori. Qui il divario con la Germania è molto netto, -33%. Infatti è su questo segmento aziendale che sono più marcate le défaillances del nostro sistema economico.

Ora se è vero che la produttività del lavoro cresce col numero dei lavoratori, c’è da registrare che le piccolissime imprese costituiscono la maggioranza, con ritardi negli investimenti innovativi, ricerca, capitale umano e digitalizzazione. Se tutti questi fattori nelle piccole realtà imprenditoriali venissero alimentati, l’Italia potrebbe essere davanti alla Germania in tutti gli ambiti delle aziende. C’è da dire che se il Belpaese eccelle nel settore manifatturiero, purtroppo palesa affanno nei servizi e nel terziario, in cui la produttività è inferiore al resto d’Europa.
Un’altra peculiarità del sistema Italia è l’estinzione delle grandi aziende. L’Italia, una volta, poteva vantare nomi altisonanti, sia pubblici che privati. Basti ricordare Pirelli, Fiat, Montefibre, Italsider, Olivetti, Stet, Angelini, Alumix, Montedison. Si era ai vertici nella chimica, l’automobile, la metallurgia, la plastica e l’informatica.
Attualmente in nessuno di questi settori siamo più a quei livelli, forse perché sono il frutto di scelte programmatiche rivelatesi errate.